Il Leone e i suoi simboli

individualismo, forza, coraggio

Nella potenza dell’estate culminante, trionfa la natura che porta alla completa maturazione il ciclo vegetale: tutto è definito, espanso, bruciato. Così avviene anche nel mondo umano: giungiamo alla piena maturità, sinonimo di individualismo, caratteristica del segno.

Il diventare “individuo” significa staccarsi da quell’energia ancora poco definita che nasce dall’Ariete e man mano prende forma nel Cancro, stabilizzandosi nel segno del Leone. Il colore associato a questo segno è il giallo (o anche l’oro), associato al suo pianeta governatore, il Sole.

Il simbolo del segno riporta la coda del felino stilizzata, coda che, col suo muoversi, assume anche un significato di lacerazione, visto come il Leone si separa evolutivamente dal suo stato anteriore di partecipazione cosmica inconscia e indifferenziata.

In altre parole: col Leone nasce l’individuo e, quindi, la coscienza di sé che, attraverso l’apprendimento, organizza la libertà di iniziativa secondo il principio di realtà ma non ancora in senso esclusivamente egocentrico. In senso freudiano, questo passaggio individua il passaggio da Non-Io a Io, dall’inconscio al conscio.

Il mito più importante relativo a questo segno è la prima fatica di Ercole, cioè il leone di Nemea. Ercole, dopo essere andato a Delfi a sentire l’oracolo, si sposta a Tirinti e si offre di servire il re Euristeo che gli comanda di portargli la pelle del leone di Nemea, una valle nell’Argolide. Questo leone, che semina paura e morte, sembra invulnerabile: nessuna arma riesce a scalfire la sua dura pelle. Ercole lo affronta armato solamente della sua clava e il leone, vedendo quell’uomo avanzare tanto audacemente, si intimorisce e scappa. Ercole lo insegue spingendolo dentro una caverna senza uscita. Lì lo colpisce con la clava e lo squarta. Euristeo, ricevendo la pelle del leone non sa che farsene e quindi la dona a Ercole a cui risulta molto utile: indossandola lo rende quasi invulnerabile.

In questo mito è inserito quello che Freud chiama il principio di realtà: l’uomo deve dominare le avversità riconoscendole, senza indugiare nella memoria e nel segno del Cancro (che rappresenta il principio del piacere), sacrificando la sicurezza e la propria incolumità per raggiungere un’esistenza più integrata.

Il senso di questo mito è la necessità, per il nativo Leone, di essere aperto al concetto di infinito, in armonia con se stesso e le forze naturali che devono essere dominate dalla consapevolezza raggiunta in quanto individuo.

Secondo Barbault, il Leone è un passionale emotivo distinto dalla secondarietà. Ci sono due tipi, il tipo erculeo e il tipo apollineo. Il primo, ovviamente, è dominato da un orientamento istintivo più sul piano pragmatico e fisico che su quello intellettuale: un realista che fa affidamento solo alle proprie energie, centrato su di sé e facilmente portato a imporsi. Il secondo, invece, è disciplinato da un’energia solare interiorizzata che lo porta a vivere un’esperienza creativa, artistica, religiosa o ideologica. L’accentuato individualismo può compromettere lo sviluppo della personalità, nella quale viene a realizzarsi la spinta affermativa del “io voglio”, narcisistica, violenta, tesa a soddisfare i propri desideri.

Di solito, il tipo Leone più comune, è abitualmente prigioniero del proprio Io tirannico, anche se, a un grado di coscienza più evoluto, riesce a interiorizzare i conflitti interiori.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità del Leone è riconducibile al tipo ciclotimico (cyclo=circolo, thymos=stato d’animo) e cioè a una tonalità psichica che oscilla dall’eccitazione alla depressione, dall’allegria alla tristezza, dalla rapidità alla lentezza, caratterizzata da un’energia psichica con risposta veloce agli stimoli, un’intelligenza pratica, che nasconde bene profonde inquietudini, una grande adattabilità, anche nel male.

 

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Il Cancro e i suoi simboli

casa, famiglia

Il Cancro apre il solstizio d’estate, dove il giorno più lungo incontra la notte più breve. Si entra nella stagione della fecondazione, è il tempo della formazione dei semi, del maturare del grano, delle foglie nel loro pieno splendore e delle piante nel loro massimo rigoglio. E’ il trionfo delle forze generatrici materne.

Il simbolo del Cancro è la trascrizione ideografica del processo di gestazione che prepara la nascita, qualcosa di molto simile al geroglifico del Tao oppure all’immagine di due germi vitali che ruotano uno attorno all’altro. Il Cancro porta con sé l’archetipo della Grande Madre che porta in grembo ogni germe di vita, secondo Jung.

Ci troviamo nell’inconscio, dove la forza è ancora arcaica, e l’immagine più adatta è quella di un granchio, il crostaceo protetto da un guscio duro e solido che vive tra aria e acqua, molto prolifico, racchiuso e schivo.

Con il Cancro, segno d’acqua, freddo e umido, notturno, femminile, lunare, muto e tortuoso, nasce tutto un universo acquatico che si origina dal simbolo dell’acqua primordiale ossia il liquido amniotico. Il Cancro fa da ponte tra il mondo delle cause e quello delle realizzazioni, l’unione tra il presente e il passato stilizzato nell’immagine della madre e del figlio che ha in grembo. Il colore associato al Cancro è il bianco, ossia il colore del suo pianeta governatore, la Luna.

Secondo Jung, il Cancro rappresenta, nel profondo inconscio personale, il karma dei genitori: dalla nascita si entra nella vita e si torna al nulla originario attraverso la morte. Per citare il grande poeta T.S. Eliot, “birth, copulation and death”* .

Nel segno quindi vediamo la preparazione alla vita ma anche alla morte. Da qui è naturale associare a questo segno il senso di protezione, di autodifesa passiva e ricettiva e cioè l’inibizione che protegge se stessi e l’ambiente da un impatto troppo violento. Questa difesa segna anche la presa di coscienza dei confini entro cui muoversi e quindi i limiti di una determinata struttura psichica che possiede massima azione protettiva e scarsa spinta espansionistica.

Infatti, il dramma del Cancro sta nell’esasperante gioco tra reale e immaginario: il continuo fluire e rifluire dell’essere vibra in un’instabilità che all’esterno è visibile attraverso lo stato emotivo “ipersensibile”.Da qui ne deriva l’adattamento ricettivo tipico del segno, che è fondamentale per il nativo per evitare lotte e competizione aggressiva.

La figura mitologica più adatta a rappresentare il Cancro è Narciso che contempla le limpide acque, le acque primordiali, pure, uterine, preso dal mistero di sé e del proprio mondo soggettivo. In questa immagine, si riflettono quel carattere introverso e di autodifesa che sono tipici del segno. Ma nel mito di Narciso è nascosto un elemento in più.

Narciso, cacciatore famoso per la sua bellezza, disdegna chiunque si innamori di lui. Un giorno, mentre si trova in un bosco, si imbatte in una pozza d’acqua profonda e si inginocchia per bere. Non appena vede, per la prima volta nella sua vita, la sua immagine riflessa, si innamora perdutamente, senza rendersi conto che l’immagine che sta osservando gli appartiene. Soltanto dopo un po’ di tempo capisce che quello che vede è lui stesso e, comprendendo che non potrebbe mai ottenere questo amore, si lascia morire struggendosi inutilmente.

E’ evidente che l’elemento segreto del Cancro, nascosto nel mito di Narciso, è l’egocentrismo. Il Cancro, infatti, tende a evitare l’esperienza diretta e bruciante che impone un coinvolgimento responsabile e si nasconde dietro la sua sensibilità e questo si traduce in estrema attenzione al proprio Io a scapito del circostante o, in altre parole, a essere concentrati sempre e soltanto sulle proprie emozioni, quindi su di sé.

Nella psicologia, troviamo una corrispondenza tra Cancro e complesso edipico che si radica e avviene più frequentemente nei nativi di questo segno, data la loro impronta assolutamente lunare. Lo spettro del genitore-uguale è sempre lì a terrorizzare le notti dei nativi, facendo confronti, ripetendo critiche, in maniera quasi ossessiva.

Ovviamente, esistono anche i Cancro logico-razionali che sanno tenere a bada le loro emozioni ma la maggior parte rimane “lunatico”, umorale, irrequieto, sempre in lotta contro la seduzione del passato, la nostalgia, i ricordi.

Il carattere lunare, acquatico, notturno, emotivo e infantile porta all’estrinsecazione dei sentimenti in maniera creativa e suggestiva, ma è anche fonte di reazioni nevrotiche e profonde crisi di adattamento.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità del Cancro è riconducibile al tipo schizoide nervoso-astenico, in cui prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo se non come una creatura fragile, ansiosa o depressa.

*da Fragment of an Agon.

Il Gemelli e i suoi simboli

doppia personalità

Il segno dei Gemelli segna il finire della primavera, dove il processo naturale si definisce e si stabilizza. L’energia che nell’Ariete è caotica e nel Toro generatrice, nei Gemelli comincia a strutturarsi, individualizzandosi e differenziandosi.

Il simbolo stilizzato del segno è composto da due aste parallele congiunte da due righe orizzontali che esprimono il tempo e lo spazio. L’etimologia è ovvia: dal latino Geminus, cioè Gemelli, che ha un’affinità con Gamus, unione: infatti il segno indica due parti, contrapposte ma complementari, che si uniscono.

I colori associati ai Gemelli sono il giallo e i colori cangianti, ossia i colori del suo pianeta governatore, Mercurio*.

Nella mitologia e nella storia ci sono tantissime coppie gemellari famose: Castore e Polluce, Romolo e Remo, Cassandra ed Eleno. In tutte queste coppie esistono le polarità opposte di bene/male, positivo/negativo. Quindi nei Gemelli si trova il simbolo generale della dualità nella somiglianza e nell’identità: questo segno è davvero l’immagine di tutte le opposizioni interiori ed esteriori, contrarie e complementari, relative o assolute.

Sono i Gemelli che introducono nella cultura occidentale il più importante equivalente simbolico dello Yin e dello Yang orientale ossia il simbolo della dualità per eccellenza.

Nel loro simbolizzare l’opposizione interiore dell’uomo esprimono quella scissione che riveste un significato sacrificale perché una delle due polarità viene sacrificata a vantaggio dell’altra. E questa scissione esprime l’intervento del sovrumano sulle tendenze immanenti e trascendenti di ogni essere vivente.

Proviamo ad analizzare il mito di Castore e Polluce. Zeus si invaghì di Leda, una donna mortale, e si unì a lei sotto forma di cigno, facendole generare due uova. Da uno nacquero, nelle vicinanze di Sparta, i gemelli Polluce ed Elena, dall’altro Castore e Clitennestra. Questi ultimi, tuttavia, erano figli di Tindaro, che si unì a Leda dopo l’incontro di questa con Zeus. Pertanto Polluce, figlio del dio, era immortale, a differenza del fratello Castore. I due divennero eroi spartani per eccellenza: Polluce un indomito pugilatore, Castore un intrepido guerriero. Cresciuti dal dio Mercurio, che li rese eroici combattenti, durante un duello sul monte Taigeto, Castore venne ucciso. Il fratello, distrutto dal dolore, pregò Zeus di renderlo divino in modo che potesse vivere accanto a lui per sempre. Zeus lo accontentò e così i due fratelli vissero uniti per l’eternità.

La morte di Castore simbolizza il superamento dell’istintuale indifferenziato per accedere alla ragione e allo spirito. A livello astrologico, questo mito evidenzia l’alternarsi dei richiami istintuali o intellettuali, una dualità che si scontra tra contenuti interni e sollecitazioni esterne. Il nativo del segno porta con sé l’archetipo della scissione e, nell’affrontare prove che sollecitano la personalità in un verso o nell’altro, può cadere in stati angosciosi, ansiosi o depressivi.

I Gemelli, infatti, rappresentano il desiderio di conoscere ma anche il dolore della conoscenza, l’assimilazione della realtà che deve rinunciare all’incoscienza e alle illusioni. Uno sdoppiamento, quindi, quasi sempre doloroso perché il nativo ragiona troppo prima di abbandonarsi visto che in lui istinto vitale e istinto di conservazione si compenetrano a vicenda.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità dei Gemelli è riconducibile ad entrambi i tipi: schizotimico e ciclotimico. Il primo prevalentemente intellettuale, chiuso nel proprio io, introverso. Nervoso, irritabile, timido, inibito. Nemico delle grida, delle esplosioni improvvise, delle manifestazioni rumorose. Il secondo prevalentemente affettivo, espansivo, estroverso. In genere allegro, entusiasta, socievole. Amabile per natura, ricerca la compagnia e le riunioni rumorose.

Proprio perché queste due nature opposte vivono all’interno della stessa personalità, è quasi ovvio pensare che il nativo operi una scissione psicologica, quindi un meccanismo di difesa che opera una separazione di qualità dell’oggetto o dell’Io, pur non compromettendo l’esame della realtà. Trattandosi di un meccanismo di difesa arcaico, che nasce in senso evolutivo, la scissione può presentare, in alcuni casi, aspetti fortemente disfunzionali.

*il pianeta Mercurio è sempre stato fotografato e visto come un pianeta grigio-nero a causa della sua vicinanza col Sole ma la sonda Messenger ha mandato, nel 2015, delle immagini spettroscopiche a colori che vi consiglio di guardare.

 

Il Toro e i suoi simboli

rigenerazione, istintività, terra, primavera

Il Toro è il secondo segno dello zodiaco e presenta l’immagine di un animale. Con questo segno comincia il ciclo della fertilità portata dalla primavera.

La grande spinta energetica dell’Ariete si esprime nella materializzazione, passando da pura energia, instabile e frenetica, a energia concreta che trova espressione in obiettivi solidi.

Questo è evidente nella stagione in cui il Toro nasce, la primavera inoltrata, momento dove la vegetazione è rigogliosa, creatrice e piena di calore.

Il colore associato al Toro è il verde, ossia il colore del suo pianeta governatore, Venere.

Questa epifania della natura e del germogliare trova la sua espressione nell’immagine della vacca, perché le caratteristiche di creazione e generazione non si esprimono nell’animale maschile, ma nella femmina, perché solo lei è in grado di generare. Proprio per questo al Toro viene riconosciuta una componente femminile, un’energia yang, morbida e ordinata che fa da contraltare all’energia yin, maschile e disordinata, tipica dell’Ariete.

E’ in questa forza che si esprime la ricettività del senso materno e della protezione: il Toro, quindi, è simbolo della Madre Terra e del suo grembo fertile che prepara la gestazione.

Da sempre, per la sopravvivenza umana, si è creato un binomio importante che collega il toro (o meglio, il bue, più mansueto) e la terra: fonti di vita a cui siamo stati (e siamo tuttora) legati da un rapporto quasi sacro. Lo possiamo vedere anche nelle pitture più antiche: il toro/bue o la vacca diventano ben presto simboli sacri di vita e nutrimento.

Uno dei miti associati a questo segno è il culto del bue Api, molto diffuso nella religione egiziana. Il bue Api era considerato l’incarnazione di Osiride, cioè del dio della notte e dell’oltretomba. Era un animale molto forte e robusto. Aveva un mantello nero;  una macchia bianca triangolare sulla fronte; il ventre, le zampe e il fiocco della coda bianchi. Essendo considerato sacro era oggetto di adorazione. I sacerdoti lo interrogavano sul futuro e ricevevano risposte dall’animale che venivano interpretate a seconda di come prendeva il cibo o di come muoveva le zampe. Quando il dio Api moriva veniva imbalsamato e sepolto come un faraone. Gli Egiziani pensavano che la divinità fosse passata in un altro bue e si mettevano alla ricerca del nuovo animale da adorare.

Un altro mito, che potrebbe spiegare come mai esistono nativi del segno che tendono più alla creatività artistica che a quella prettamente generatrice, è quello del dio Mitra. Mitra, secondo il culto ellenistico misterico detto “Mitraismo”, era Dio stesso, legato particolarmente al toro e alla terra: il Toro qua appare come l’istintualità dell’uomo che deve essere dominata per raggiungere la luce divina. In questo culto, il toro viene sacrificato per simbolizzare il superamento degli istinti negativi. Mitra uccide il toro e, secondo Jung, in questo mito è celato un vero e proprio meccanismo difensivo: la rimozione e la sublimazione che l’uomo usa nel mitico rapporto figlio-madre e figlio-padre. In altre parole, evitare l’incesto con l’Anima del Toro (simbolo di fecondità e quindi della madre) e al contempo evitare la propria castrazione e la propria morte, attraverso l’uccisione del Padre-Toro. Dopo l’uccisione, Mitra diventa Dio solare e gli vengono attribuite tutte le qualità del Sole. Per farlo però deve rinunciare a quella profonda libido, a quella sessualità e sensualità sfrenate rappresentate dal Toro. In altre parole, solo attraverso il sacrificio di quella parte più istintuale e viscerale di noi, possiamo salire verso la spiritualizzazione e trascendere il mondo concreto.

Questo mito conferisce al Toro un grande ruolo catartico e trasformativo ma non sempre nel Toro avviene questa sublimazione o traslazione. Questo fa sì che esistano nativi del segno non particolarmente ricettivi, non armonicamente affettivi e che spesso presentano gravi conflitti e rimozioni violente nella sfera affettiva. Questo conflitto lo si vede chiaramente nella personalità di un Toro famoso: Freud, fondatore della psicanalisi e creatore della teoria della sessualità in cui lui stesso vide una notevole rimozione dell’istintuale. Freud sacrificò il suo Toro interno, la sessualità, traslando la libido nelle sue ricerche scientifiche.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità del Toro è riconducibile al tipo ciclotimico (cyclo=circolo, thymos=stato d’animo) melanconico e cioè a una tonalità psichica che oscilla dall’eccitazione alla depressione, dall’allegria alla tristezza, dalla rapidità alla estrema lentezza, caratterizzata dalla tendenza a focalizzare l’attenzione più sull’insieme che sui dettagli, da un’energia psichica con risposta lenta agli stimoli, un’intelligenza pratica, che nasconde bene profonde inquietudini, una grande adattabilità.

 

 

L’Ariete e i suoi simboli

All’equinozio di primavera avviene il risveglio di tutta la natura, la forza creativa si espande ma senza ordine. E’ questo il senso figurato dell’Ariete.

Il geroglifico tradizionale è la stilizzazione dell’animale stesso, nella quale si vede chiaramente l’immagine delle corna dell’animale. Alcuni vi vedono anche la stilizzazione dei genitali maschili e questo rimanda direttamente al significato di energia vitale e fecondante del segno.

L’Ariete è l’inizio del Tutto, la genesi. Qua il Tutto è allo stadio magmatico, indifferenziato, di pura forma vivente.

Nell’anatomia umana, all’Ariete viene attribuita la testa, cioè il cervello, il centro assoluto; infatti la testa è la parte che domina l’essere e presiede a tutte le attività.

Nel sanscrito l’Ariete trova il suo equivalente nel nome Uranah che significa fuoco originario, magma che esplode e si manifesta con forza distruttiva e creativa al contempo.

Come colori all’Ariete si associano il rosso e l’oro, ossia i colori dei suoi pianeti governatori, Marte e il Sole.

La caratteristica aggressività del segno viene da lontano: pensiamo all’ovino in sé, di cui veniva apprezzata la forza fecondante e, in tempo di guerra, allo strumento usato per sfondare i portoni dei castelli, l’ariete appunto. Insomma, forza e penetrazione.

E’ nella mitologia greca che troviamo la simbologia archetipica più ricca relativa all’Ariete: la storia degli Argonauti e del vello d’oro. Gli argonauti erano un gruppo di 50 eroi che partirono per un avventuroso viaggio a bordo della nave Argo per andare a conquistare il vello d’oro. Questo non è altro che una pelle intera, dorata, di un ariete, chiamato Crisomallo: un ariete alato capace di volare il cui manto aveva potere curativo.

Il vello d’oro è espressione della libido fissata all’archetipo dell’avventura e dell’evasione: l’ariete dorato rappresenta l’energia che si libera da ogni impedimento, l’eros che si sottrae alla minaccia ma determina il panico. Ed è evidente nel segno dell’Ariete: paura e angoscia sono sentimenti molto comuni prima dell’azione.

Un’altra simbologia archetipica dell’Ariete è legata alla Genesi: “In principio era il caos. Dio creò il cielo e la terra”, cielo e terra sono simboli di Padre e Madre che danno alla luce la Primavera, stagione dell’Ariete.

Nell’Ariete, però, non tutto è luce e creazione, esiste anche il sacrificio. Nell’energia esplosiva, primordiale, vitale avviene sempre una modificazione che determina la nascita di qualcosa che prima non esisteva. Nel suo prodursi, l’energia realizza, ma pian piano si logora, e si disperde. Quindi, una cosa realizzata esprime il sacrificio dell’energia, per esempio, il frutto indica il sacrificio del fiore, che presto si estingue.

Infatti, è comune che il nativo tenda a consumare molta energia in tante attività, si logora quasi con piacere, procede fino alla fatica estrema e in questo tratto sta la dispersione tipica del segno.

A livello psicologico, l’Ariete presenta un tratto predominante: la primarietà, cioè risposte immediate e istintive agli stimoli, reazioni breve ma intense e rapide. Ogni esperienza viene vissuta con impeto, energia, a volte iperattività. L’emotività, pur sempre presente, non è spesso manifesta. L’Ariete quindi è un collerico focoso, caratterizzato da un’intelligenza intuitiva e una grande capacità associativa e sintetica.

Secondo Jung, l’Ariete appartiene al tipo estrovertito (o estroverso): per lui contano solo i fatti, la realtà esterna. Ciò che riguarda l’intimo, il privato è rimosso, e quindi estraneo. Ha bisogno di agire, di concretizzare, manca completamente di inibizione.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità dell’Ariete è riconducibile al tipo schizotimico (schizo=divido, thymos=stato d’animo) e cioè  a una tonalità psichica che balza da estrema vivacità a estrema pigrizia, caratterizzata da una capacità intellettuale che sa cogliere più i dettagli che l’insieme, un’attenzione mentale concentrata su una cosa per volta, una notevole capacità di apprendimento con predominanza dell’analisi rispetto alla sintesi.

Il settimo chakra: l’illuminazione

immanenza, coscienza, consapevolezza

Questo chakra ci mette in relazione con l’intelligenza divina e con la sorgente di ogni manifestazione. E’ il mezzo grazie al quale raggiungiamo la comprensione e troviamo il significato.

Simboleggia il principio dominante della vita; è la coscienza sempre presente che pensa, ragiona e dà forma e concentrazione alle nostre attività. E’ la vera essenza dell’essere perché nel settimo chakra risiede la consapevolezza.

Il settimo chakra, detto anche chakra della corona, è l’unico chakra che non appartiene al corpo fisico ma si erge, come una luce, sopra alla nostra testa. E’ associato alla mente, nello specifico alla corteccia cerebrale.  Il suo elemento è il Pensiero la cui funzione è la conoscenza. Il suo colore è il viola, e il suo simbolo è un loto con 1000 petali, il cui numero sta a indicare l’infinito fluire della coscienza. Il suo nome sanscrito è Sahasrara che significa “millefoglie”, in riferimento agli infiniti petali che si schiudono.

E’ in questo chakra che avviene l’illuminazione. Il suo stato ultimo di coscienza va al di là della ragione, al di là dei sensi e al di là dei limiti del mondo circostante.

In questo chakra ci allontaniamo completamente dal mondo materiale e viviamo l’esperienza della consapevolezza di un ordine più alto e più profondo, di un ordine globale. Da qui il termine “coscienza cosmica” che si riferisce proprio a questa consapevolezza di un ordine cosmico o celestiale.

Per vivere appieno questo chakra dobbiamo usare l’attenzione e indirizzarla al meglio. Soltanto in questo modo possiamo espandere o accentrare a volontà. Solamente con un corretto utilizzo della nostra consapevolezza possiamo mirare ad obiettivi più elevati, e raggiungerli.

La coscienza del chakra della corona può essere divisa in due tipi, a seconda di dove è rivolta la nostra attenzione: quella che discende e diventa informazione concreta, utile per la manifestazione nel mondo, e quella che si espande e viaggia all’esterno verso piani più astratti. La prima è orientata verso il mondo delle cose, i rapporti e l’Io ed è il risultato di un uso concentrato e limitato dell’attenzione. E’ la coscienza  che pensa attivamente, ragiona, apprende e immagazzina le informazioni. E’ detta “coscienza cognitiva”.

Il secondo tipo di coscienza è detta “coscienza trascendente” e appartiene ad un regno al di là del mondo delle cose e dei rapporti. E’ la coscienza senza oggetto, senza consapevolezza o riferimento all’Io e senza il pensiero logico e comparativo della “coscienza cognitiva”. La “coscienza trascendente” fluttua in una specie di meta-consapevolezza, raccogliendo tutte le informazioni simultaneamente senza focalizzarsi su nessuna in particolare.

La “coscienza cognitiva”, invece, richiede che la consapevolezza sia concentrata sul finito e sul particolare, ordinata e riunita in un ordine logico. La “coscienza trascendente”, al contrario, richiede l’apertura della consapevolezza al di là dell’informazione.

Il settimo chakra è il punto di incontro tra finito e infinito, mortale e divino, temporale e atemporale. E’ il passaggio attraverso il quale ci espandiamo oltre il nostro essere personale, oltre i limiti di spazio e di tempo e sperimentiamo l’unità primordiale e la beatitudine trascendente. E’ anche il punto in cui la coscienza divina entra nel corpo e discende, portando consapevolezza a tutti i chakra, dandoci così il mezzo di agire nel mondo che ci circonda.

La qualità più caratteristica della “coscienza trascendente” è il vuoto, perciò vi possiamo entrare solo superando gli attaccamenti. La trascendenza ci porta oltre l’ordinario: non esiste separazione tra l’Io e il mondo esterno, non vi è senso del tempo. La trascendenza porta alla liberazione dalle trappole dell’illusione per farci entrare in uno stato di beatitudine e di libertà. L’attaccamento ai limiti costituisce un ostacolo alla nostra crescita spirituale, e proprio per questo l’attaccamento è il nemico principale del chakra della corona.

La corrente discendente della coscienza, avendo come origine la realizzazione divina, porta l’immanenza. L’immanenza è la consapevolezza del divino dentro di noi, mentre la trascendenza è la consapevolezza del divino al di fuori di noi. L’immanenza ci porta intelligenza, illuminazione, ispirazione, radiosità, potere, connessione e infine manifestazione. La vera conoscenza di sé consiste nel capire che la trascendenza e l’immanenza sono complementari tra di loro e che il mondo interiore e quello esteriore sono indissolubilmente una cosa sola.

La trascendenza e l’immanenza non si escludono a vicenda; esse rappresentano le oscillazioni di base della coscienza, il punto di ingresso e di uscita della vita umana.

L’illuminazione è l’esperienza della connessione di tutte le cose e l’integrazione di quell’esperienza con l’Io. E’ un processo, qualcosa che si diventa. Ciò che ci allontana da essa sono i blocchi mentali.

Il settimo chakra è associato, in astrologia e astronomia, a Urano.

Il diritto espresso dal settimo chakra è il diritto “a sapere, conoscere”; il suo verbo è “sapere”; è associato al Pensiero.

Il numero 1000, a cui è associato, rappresenta l’infinito, ossia a ciò che non ha né principio né fine, che non comporta limiti.

Le pietre utili a risvegliare questo chakra sono le pietre viola come l’ametista*, e trasparenti come il diamante e il quarzo ialino** che, nello specifico, aiutano a imparare a gestire le situazioni difficili con mente lucida, aprendo la mente verso ciò che ci circonda, rigenerando i livelli di coscienza (ametista); aiutano a sviluppare la comprensione della propria situazione esistenziale, ad affrontare le prove della vita e a migliorare il nostro carattere, promuovendo la fiducia e il rispetto per se stessi e incoraggiando la libertà di pensiero (diamante); aiutano a neutralizzare le energie negative amplificando quelle positive rivitalizzando la mente (quarzo ialino).

*usata anche nel risveglio del sesto chakra, il chakra del terzo occhio ( https://tarocchiacolori.com/?s=sesto+chakra ).

** il nome più conosciuto del quarzo ialino è cristallo di rocca.

Per un’analisi della salute dei chakra vi rimando al mio sito:www.margheritamistica.com/

Il sesto chakra: la chiaroveggenza

colore indaco, due petali, armonia, comandare, percepire

Il dono della vista ci permette di osservare il mondo che ci circonda. La vista ci dà la capacità di ricevere in un solo istante enormi quantità di informazioni. Sagome e forme creano una mappa interiore del mondo attorno a noi. Con l’intuizione, caratteristica del sesto chakra, riusciamo a intravedere la strada da prendere.

Il dono della vista, interiore ed esteriore, è proprio l’essenza e la funzione del sesto chakra. Grazie alla vista abbiamo la capacità sia di interiorizzare il mondo esterno, sia di esteriorizzare il mondo interiore con un linguaggio simbolico.

Il sesto chakra è associato al terzo occhio, cioè all’occhio esoterico e non fisico, ed è l’ultimo chakra collocato all’interno del corpo fisico.E’ localizzato nel centro della testa, dietro la fronte, nel cervello. Esso ci permette di vedere al di là del mondo materiale e ci permette una comprensione maggiore sia di cosa avviene fuori che di cosa avviene dentro di noi. Il suo colore è l’indaco, punto di incontro tra blu e viola, e il suo simbolo è un loto con 2 petali con all’interno un triangolo con la punta rivolta verso il basso. Il suo nome sanscrito è Ajna che significa “percepire ma anche comandare”.

Questo chakra, infatti, ha una duplice natura: accoglie le immagini con la percezione ma costruisce anche le immagini interiori con cui noi governiamo la realtà.

I petali sono 2 e assomigliano a due ali, e simboleggiano la capacità di questo chakra di trascendere il tempo e lo spazio.

L’elemento corrispondente a questo chakra è la luce. Tramite l’interpretazione sensoria della luce otteniamo le informazioni sul mondo circostante. Quanto siamo in grado di vedere dipende dall’apertura o dallo sviluppo del chakra. La gamma di capacità visive e psichiche va da coloro che osservano attentamente il mondo fisico alle persone dotate di percezione psichica (per es. chi vede l’aura, i dettagli del piano astrale,…).la precognizione e la vista remota (cioè vedere in altri luoghi).

Come ho già detto, questo chakra è localizzato nel cervello, perciò la sua natura è più mentale e transpersonale rispetto agli altri che lo precedono.

E’ collegato alla ghiandola pineale, una piccola ghiandola a forma di cono posizionata all’altezza degli occhi. Essa traduce le variazioni di luce in messaggi ormonali trasmessi all’organismo attraverso il sistema nervoso autonomo. Oltre un centinaio di funzioni corporee hanno ritmi quotidiani che sono influenzati dall’esposizione alla luce. Questa ghiandola raggiunge il massimo dello sviluppo all’età di 7 anni e influenza la maturazione delle ghiandole sessuali. Ha effetti tranquillizzanti sul sistema nervoso. Sintetizza la melatonina che rafforza il sistema immunitario, riduce lo stress e ritarda l’invecchiamento. Carenze di questa sostanza producono depressione e invecchiamento precoce.

Il colore, prodotto da variazioni nelle lunghezze d’onda della luce, è la forma in cui più spesso percepiamo la luce. I colori più caldi (rossi, arancioni, gialli) hanno una frequenza inferiore dei colori più freschi (verde, blu, viola) e perciò hanno meno energia. Ricordiamo che caldo e freddo sono valutazioni soggettive. Il colore porta effetti ben definiti a livello psicologico. Per esempio, il rosso, che stimola fisiologicamente il cuore e il sistema nervoso, è associato a concetti aggressivi (rabbia, sangue, inizio delle cose). Il blu, invece, è associato a pace e tranquillità. Già nei secoli scorsi sono state avanzate ed elaborate diverse teorie sull’effetto guaritivo dei colori. Il sesto chakra, come abbiamo visto, è di colore indaco, una sorta di viola-blu che significa introspezione, intelligenza emotiva e grande empatia.

Quando questo chakra è aperto, non sono realmente i nostri occhi a vedere ma la nostra mente. Gli occhi sono semplicemente una lente focale che usiamo per trascrivere l’informazione dal mondo esterno a quello interno. Tocca a mente/cervello interpretare gli impulsi elettrici che viaggiano lungo i nervi ottici traducendoli in disegni significanti. Si tratta di una capacità appresa. Nelle persone cieche dalla nascita che hanno riacquistato la vista in età matura si è riscontrato che la prima visione è soltanto luminosa e che si deve faticare per dare un significato a ciò che si vede. Dobbiamo anche ricordare che non percepiamo la materia, ma la luce. Quando guardiamo il mondo circostante, pensiamo di vedere oggetti, materia e cose ma è sbagliato. Ciò che realmente vediamo è la luce riflessa da questi oggetti.

L’aspetto più significativo della coscienza a livello del sesto chakra è il suo profondo grado di psichismo che tocca capacità spesso mal viste e negate nella nostra società. Ma l’essere chiaroveggenti, significa una cosa semplice e indiscutibile: vederci chiaro. Ed è inutile negare che ci siano persone che, attraverso lo sviluppo della visualizzazione e dell’immaginazione, abbiano sviluppato anche la chiaroveggenza che è un processo di visualizzazione specifica. “Essere chiaroveggenti”, quindi, significa essere sistematicamente in grado di richiamare informazioni importanti a richiesta, indipendentemente dal fatto di conoscerle già in precedenza.

Lo sviluppo della chiaroveggenza dipende dallo sviluppo dello schermo visivo e dalla creazione di un sistema con cui accedere alle informazioni. Lo sviluppo della visualizzazione è la capacità di riportare alla mente, di creare, di proiettare le immagini sullo schermo mentale. Una volta fatto questo, vedere dipende ampiamente dalla capacità di porre le domande giuste!

Molte persone cominciano con i Tarocchi, la chiromanzia e l’astrologia, per utilizzare una struttura che fornisca un raggio di riferimento. Le carte risvegliano una varietà di immagini, la persona a cui viene fatta la lettura ne produce un’altra varietà. Il processo ha inizio apprendendo a osservare ciò che già si vede, convalidandone le sottigliezze. Il modo migliore per ottenere una legittima convalida è chiedere! Più verifichiamo le nostre percezioni, più siamo consci delle nostre capacità e più possiamo fare affidamento sui nostri punti forti e sviluppare quelli deboli. La chiaroveggenza è questione di vedere i rapporti interiori delle cose – far rientrare la parte nell’insieme.

Il sesto chakra è associato, in astrologia e astronomia, a Giove e Nettuno.

Il diritto espresso dal sesto chakra è il diritto “a vedere”; il suo verbo è “vedere”; è associato all’elemento Luce.

Il numero 2, a cui è associato, rappresenta l’unione tra energia femminile e forte magnetismo e indica ricerca dell’armonia, consapevolezza di far parte del tutto.

Le pietre utili a risvegliare questo chakra sono le pietre blu-violette come lapislazzuli, ametista e zaffiro, che, nello specifico, aiutano l’espressione del sé, la crescita spirituale, il coraggio, l’eloquenza e la comunicazione (lapislazzulo); aiutano a imparare a gestire le situazioni difficili con mente lucida, aprendo la mente verso ciò che ci circonda, rigenerando i livelli di coscienza (ametista); aiutano a riordinare e guarire la mente, donando forza e attenzione, rafforzando la capacità di vedere oltre le apparenze superficiali (zaffiro).

 

Per un’analisi della salute dei chakra vi rimando al mio sito:www.margheritamistica.com/