Marte, l’Io guerriero

Il pianeta Marte, governatore dell’Ariete, è il simbolo dell’energia vitale e del contatto aggressivo col mondo esterno. Prendendo il nome dal dio della guerra, Marte compare associato al primo segno dello Zodiaco già dal VIII secolo a.C ed è da sempre considerato apportatore di event rovinosi oppure di sorprese temibili causati dall’impulsività.

La mitologia parla di Marte come espressione della virilità guerriera ma, col passare del tempo, le attribuzioni puramente belliche si sono spostate sempre di più sul piano psicologico individuale come attribuzione all’individuo di specifiche qualità aggressive.

Il geroglifico di Marte è un cerchio sormontato da una freccia che parte, inclinata, verso destra di chi la guarda. L’interpretazione più corrente è quella dell’energia aggressiva che si distacca dal mondo soggettivo umano e parte verso un bersaglio lontano. È la rappresentazione cinematica di un moto centrifugo, dove la freccia vettore indica lo spostamento tangenziale dell’energia che si distacca dal movimento rotatorio obbligato per scegliere un altro percorso; il cerchio è la terra,  la freccia è il salto qualitativo che ci distacca dall’immanenza esistenziale.

Nel simbolo di Marte, quindi, è espressa la dinamica, la tensione libidica, energetica dell’uomo: dal finito all’infinito, dalla carne allo spirito, dall’ambiente circostante a spazi incommensurabili, dalla materia all’anima come un viaggio in perenne manifestazione di tendenza, dal cerchio alla freccia fino al bersaglio invisibile.

Per i Greci, Marte era Ares, il cui etimo Are significa, in greco, violenza e collera. La radice sanscrita Mar, invece, indica una divinità vedica, il dio Marut, che dominava gli uragani e il fuoco sacro.

Ares, in origine, era un dio fanciullo, bravo danzatore e virile amante, e  solo successivamente, in Marte, prese forza la natura aggressiva, audace e impulsiva dove l’istinto precede ogni riflessione. Di conseguenza, l’origine di Marte è simbolo di erotismo, di impulsività sessuale e di vitalità eccessiva, dionisiaca, provocatoria.

Ma Ares non era solo questo, era anche un tipetto odioso che s’interessava molto anzi, secondo Zeus, troppo, di liti, contese, rivalità e conflitti. Lo si può vedere nel mito che lo vede combattere contro i Dioscuri o contro Efesto anche se è nella mitologia romana che Ares diventa Marte, il dio collerico e vendicativo, privo di scrupoli e protettore della guerra. Infatti lo spirito guerriero dei Romani era posto sotto la protezione di Marte.

È la forza ostile, l’energia impulsiva che si manifesta senza mediazione o misura. È il dio che esulta nella distruzione apportata nelle cose, nei beni o nei rapporti.

Le più recenti ricerche mitologiche ci offrono un’origine nordica di Marte, quale dio chiamato Tyr, che si offre in sacrificio per la risurrezione e qui si può vedere un’analogia con un aspetto marziano in Gesù Cristo che, come il dio nordico, usa la propria energia per l’autosacrificio. Marte è dunque anche un simbolo di rigenerazione e rinascita e simboleggia energie che si trasformano, dal male al bene e viceversa.

Nella simbologia astrologica, Marte ha il valore di violenza e passione; è definito il pianeta di fuoco e ferro, molto dinamico e aggressivo, maschile, in perfetta armonia con le caratteristiche dell’Ariete dove ha domicilio diurno e nello Scorpione dove ha domicilio notturno.

Nell’oroscopo Marte si riferisce all’energia muscolare del soggetto ed esprime l’aggressività naturale, biologica: il confronto tra le energie individuali (la libido) e il mondo esterno ambientale.

Il pianeta, in senso astrologico e psicodinamico, è il principio dell’ostilità come attacco aggressivo e della repulsione come difesa, cioè autoaggressione. A seconda delle tonalità oroscopiche, Marte fa vedere se una persona è un collerico aggressivo o un aggressivo passivo in senso inibitorio frustrante e indica la capacità di inserimento combattivo nella lotta per la vita.

Nella psicologia del profondo, Marte costella l’archetipo della lotta, del conflitto ed è espressione dell’energia vitale originaria che si libera per aggredire e possedere l’oggetto d’amore con le pulsioni profonde. Marte, quindi, è il simbolo della voluttà del possesso, del dominio, dell’assimilazione attraverso la conquista.

Nell’oroscopo, il pianeta segnala il grado di desiderio di affermazione dell’Io o dell’inibizione compulsiva e dimostra se la libido è ben canalizzata o no; dimostra se il soggetto è capace di superare il livello inconscio del sadomasochismo oppure vi è rimasto fissato riportandone frustrazione o impotenza psicosessuale.

Generalmente, Marte nell’oroscopo femminile mette in evidenza l’immagine del maschile che la donna ha nel suo inconscio come archetipo del virile e della sessualità.

Marte, in sintesi, è il nostro Io guerriero.

Giro dello Zodiaco poco meno di 2 anni
Simbologia Forza, coraggio, determinazione, dinamismo
Anatomia e fisiologia Il pene, i muscoli
Ruolo familiare e sociale Amante, compagno, amico
Domicilio Ariete, Scorpione
Esilio Toro, Bilancia
Esaltazione Capricorno
Caduta Cancro
Lato oscuro Collera, brutalità, violenza, aggressività

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La Luna, l’Io ricettivo

Nessuna stella, nessun astro ha tanto attirato lo sguardo umano sull’immensa scena del cielo notturno, di tempo in tempo, quanto la Luna. Questo nostro piccolo satellite da sempre è capace di far nascere nell’uomo profonde suggestioni emotive e psichiche.

Il crescere e il decrescere della sua luminosità, la sua periodica scomparsa e riapparizione in cielo, la sua corsa rapida tra le stelle che le fanno da sfondo, la limpida freschezza che emana la sua indefinibile lucentezza notturna e la sua occulta influenza sul moto delle acque, sulla vegetazione e la vita animale, sono tutti motivi che da sempre hanno stimolato l’immaginazione dell’uomo, creando miti, simboli e innumerevoli leggende e suggestioni.

Da sempre la Luna esprime il principio femminile materno e costituisce  un archetipo della Grande Madre e come tale adorata in molte civiltà. All’alba dei tempi, in Egitto e in Caldea, vivevano civiltà prevalentemente agricole. Le terre buone e i grandi fiumi che le irrigavano rendendole fertili e fonti di benessere, stabilirono negli uomini una immagine di rapporto vitale terra-acqua che dette origine al culto simbolico della Madre Terra e poi della Grande Madre. Più tardi l’associazione fu portata sulla Luna perché fu intuita la sua influenza notturna sulle acque e i terreni. In tal modo, da astro idolatrato emotivamente, la Luna divenne divinità degna di culto nelle civiltà più alte, assumendosi non soltanto il ruolo di Grande Madre protettiva, ma anche quello di misuratore di tempo. Nelle varie etimologie, infatti, c’è il significato di “luminosa” e di “misura”.

Il geroglifico della Luna è sempre stato quello di una falce o mezzaluna, orizzontale o verticale. L’ideogramma che usiamo oggi nella pratica astrologica è quello derivato dell’età greca. Come si è detto, il principio femminile è espresso dalla Luna, in quanto l’astro non ha luce propria, bensì risplende per riflesso della luce solare. Da qui deriva il carattere fondamentale del simbolismo che la determina femminile, ricettiva e passiva. La sua varietà di fasi esprime la plasticità e dunque il principio di trasformazione e crescita.

La sua erraticità, la sua mobilità divennero simboli dei destini delle prime popolazioni nomadi. Con la teologia e la mitologia egiziana, la Luna acquista un’importanza eccezionale. Costituisce col Sole un governo gerarchico, la famosa Barca Solare: la fusione della Luna con il Sole così come è rappresentata negli ornamenti di Apis, Thoth, Iside e altre deità egizie. Il Libro dei Morti ci ricorda che, spiritualmente, la Luna è uguale al Sole; i due princìpi si oppongono come due forze del tutto uguali ed equivalenti. La versione esoterica riporta questa antica fusione tra Sole e Luna, convalidata dalla Genesi biblica. Sopraggiunta la grande catastrofe cosmica, la Luna si scinde dal Sole: “E Dio separò la luce dalle tenebre….e pose i luminari maggiori in cielo…”; e si definisce nel suo esiliato dominio notturno dando così inizio a quella che viene detta Involuzione Cosmica, prima fase della Caduta. E’il drammatico evento della scissione che si ripercuoterà anche sull’Uomo Cosmico, separando il Maschile-Sole dal Femminile-Luna in un fronteggiarsi di Luce-Tenebra, Giorno-Notte, opposto e complementare. Dal maschile viene sottratto il femminile, da Adamo viene tolta e distinta la prima donna, Eva.

I simboli arcaici lunari erano costituiti da pilastri e principalmente da pietre e alberi. Successivamente la Luna deificata assunse un simbolo animale. Così, tanto per citarne alcune, la divinità lunare Ecate era un cane tricefalo; Iside era una vacca, Cibele una leonessa. Le deità lunari sono moltissime, ma tutte riconducono al concetto fondamentale della Grande Madre. Un esempio tra tanti, Iside era chiamata Madre dell’Universo e da lei dipendeva ogni forma di vita sulla terra,  regolava le gravidanze e i parti, stimolava i cicli vegetali e regolava le acque.

Dopo gli Egizi, il mito della Luna passa in Grecia e a Roma, assumendo tratti ancor più femminili: Selene è il nome greco (da selas, luce) che la Luna assume come dea dell’Olimpo. Un altro principio lunare fu personificato da Artemide-Diana, dea cacciatrice errante che esprime l’inquietudine dell’anima senza il controllo conscio. Anch’essa fu venerata per la fertilità femminile. Nella mitologia greca scompaiono i simboli animali e subentrano le figurazioni umane: si definisce in tal modo la polarità opposta e complementare di Sole e Luna, Uomo e Donna, Attivo Maschile Penetrante e Passivo Femminile Ricettivo.

La Luna, però, ha anche un aspetto negativo che la rendono una dea temibile. La personificazione più complessa, misteriosa e temuta fu quella di Ecate, l’oscura luna perversa. Ecate poteva rappresentare una luna assente, cioè completamente invisibile per l’uomo, oppure anche “l’altra” faccia della luna, quella mai visibile dalla terra. Entrambi i casi rappresentano il lato oscuro della Luna, l’archetipo della presenza ignota e inconoscibile e il lato inconscio, nascosto, della Madre.

Il mito di Ecate dice che la dea appariva nella notte con i suoi neri cavalli e inviava nel silenzio notturno l’orribile e spaventoso fantasma Lamia, sua figlia, il cui nome significa “introdursi con forza” o anche “incubo”. Sia Ecate che Lamia seducevano gli uomini nel sonno, ne succhiavano il sangue e mangiavano la loro carne. Ecate, quindi, rappresenta sì una madre ma una Madre di morte: appare con in mano la chiave dell’Inferno, il flagello, il pugnale e la torcia. Più recente è la simbolica dove Ecate diventa il guardiano dell’Ade, e cioè la Nera Madre distruttiva, quella che, nella psicologia del profondo, è il materno spirituale negativo, divorante e regressivo.

Oltre a Ecate, un’importante raffigurazione del materno distruttivo, è Lilith, la Luna Nera. A livello astrologico Lilith fu molto studiata durante il Medio Evo, mentre nella pratica odierna, la Luna Nera è quasi dimenticata, probabilmente perché meno sentita dall’inconscio collettivo.

Si è sempre detto che Lilith, della quale si conoscono la longitudine astronomica e il passo mensile, rappresenta l’opposto della faccia nota della Luna. Ma com’è nata Lilith? Le sue origini risalgono all’epoca babilonese e sumera, dove fu vissuta come mito e simbolo negativo. In termini analitici Lilith rappresenta l’introiezione di un oggetto materno cattivo, l’irruzione della figura inconscia, proprio come Lemia ed Ecate irrompono con il loro orrido aspetto a tormentare la coscienza e i sensi dell’uomo. Non si sa con sicurezza se Lilith è l’altra faccia della luna, quella non visibile dalla terra, o se rappresenta davvero la luna assente; esiste un’interpretazione mitico-archetipica che la ritiene una formazione simbolica immaginaria che costella il complesso della “madre terribile” nell’inconscio dell’uomo che la proietta nel cielo personalizzandola.

L’attribuzione della Luna al segno del Cancro, quarto segno zodiacale, è giusta poiché in questo segno d’acqua si esaltano tutte le virtù del femminile e della maternità, nel bene e nel male. Inoltre il Cancro è un segno emotivamente errante, dal positivo al negativo ciclicamente, continuamente. Proprio come la Luna.

La Luna, in sintesi, è il nostro Io ricettivo.

Giro dello Zodiaco 27 giorni circa
Simbologia Maternità, inconscio, illusione
Anatomia e fisiologia Seno, liquidi corporei, sistema linfatico
Ruolo familiare e sociale Madre, moglie, donna ideale
Domicilio Cancro
Esilio Capricorno
Esaltazione Pesci
Caduta Vergine
Lato oscuro Instabilità, crudeltà, negatività

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Sulla simbologia del segno: https://tarocchiacolori.com/2016/10/28/il-cancro-e-i-suoi-simboli/

Sulla sua Casa, la Quarta: https://tarocchiacolori.com/2016/08/19/casa-quarta-o-del-cancro/

Sull’opposizione Cancro-Capricorno: https://tarocchiacolori.com/2016/07/16/cancro-e-capricorno/

Sulle carte associate al segno del Cancro: https://tarocchiacolori.com/2016/02/01/il-cancro-la-luna-e-la-papessa/

Il Sole, la personalità

La luce, il Sole sono sempre stati in relazione con Dio e la creazione. Il Sole è il centro del sistema planetario e il suo ritmo stagionale, di costellazione in costellazione, copre i 360 gradi dello Zodiaco. Un grado zodiacale è, più o meno, un giorno dell’anno.

Il Sole rappresenta il Centro dell’Uomo, il nucleo vitale della personalità. Già molto prima che nascesse l’astrologia, Il Sole era temuto e adorato.

Il geroglifico del Sole è un cerchio con un punto centrale. Circonferenza e centro; cioè fonte di espansione. Il grafico è analogo al cerchio zodiacale, quindi il concetto racchiuso è estremamente dinamico, dato che il Sole si snoda sull’itinerario dei segni.

Il cerchio rappresenta lo zero, il nulla assoluto che precede ogni manifestazione; in astrologia questa associazione è molto importante, infatti è proprio il Sole il primo fattore oroscopico che si studia nell’analisi personale.

Nel Sole è racchiuso il principio di vita, il centro dell’identità, del Sé.Come espressione di energia vitale e di volontà indomita il Sole si richiama al mitico Elio, il dio solare figlio di Iperione, che nella mitologia è l’infaticabile auriga che lancia con destrezza i suoi destrieri e il carro fiammeggiante nelle corse tra cielo, terra e inferi prestandosi alle vicende degli dei e degli eroi.

Da sempre il Sole è stato considerato il principio maschile, in coppia con la Luna che rappresenta il principio femminile. Insieme creano l’archetipo dei genitori. In un oroscopo è possibile valutare in quale strato della personalità agisce l’immagine genitoriale, così come si può vedere se un individuo vive armonicamente questo archetipo, o se subisce un conflitto, un’identificazione o una scissione.

Il Sole sostiene l’uomo nel suo cammino dentro la vita, e lo sostiene come scintilla, come archetipo del divino presente in lui, poiché ogni creatura umana reca in se stessa un Sole invisibile, ossia un’immagine divina.

In astrologia, il Sole è l’astro più importante e la posizione zodiacale, che esso occupa al momento della nascita, determina l’indice di comportamento basilare dell’individuo che sarà modificato dalla posizione degli altri pianeti. Alla nascita, ciascuno di noi ha il Sole in un determinato segno zodiacale, da ciò deriva la definizione tipologica, in quanto il Sole si fa portatore delle caratteristiche implicite nel segno zodiacale assegnato dalla sorte.

Il Sole astrologico esprime  la vitalità nel senso biofisiologico, esprime il principio della vita e il calore divino che è in ognuno di noi. Determina la vita di relazione del soggetto a livello conscio e l’orientamento globale del gradiente libidico, cioè simbolizza l’Io, l’atto conscio affermativo poiché gli scambi del soggetto con il mondo vengono permessi dal valore solare su larga superficie, ma sempre attraverso il conscio.

Il Sole astrologico determina la spinta creativa e la realizzazione nel mondo esterno, in quanto rappresenta gli ideali dell’Io, la coscienza individuale, la volontà, il senso morale, etico e religioso della vita. Il Sole nell’oroscopo è da considerare anche come la luce interiore, la scintilla: è la luce dell’uomo che riflette la luce del cielo. Nella vita di ogni giorno, l’astro solare rappresenta la guida nelle aspirazioni, nelle tendenze innate e nei rapporti con gli altri uomini. Il Sole, quindi, è la volontà di potenza, il bisogno di dominare, del valere in senso competitivo.

Nella psicologia del profondo il Sole esprime l’Io e il Super Io e come attribuzione ulteriore è l’autorità nel senso simbolico. Rappresenta sempre la figura del Padre ed è il simbolo di tutto quel che riguarda il paterno e il patriarcale; per questo si ampliano le attribuzioni derivate di autorità, censura, pressione superegoica.

Ma il Sole non è soltanto l’espressione del Dio Padre e l’archetipo del principio paterno. Per i seguaci della psicologia analitica di Jung, il Sole rappresenta astrologicamente l’Animus in un oroscopo femminile e l’Ombra archetipica o Ombra personale in quello maschile.

Mi spiego. L’Animus è per la donna l’immagine maschile inconscia, il prototipo del modello su cui si è addensata una pluralità di frammenti energetici di immagini maschili che formano il polo dinamico complementare della femminilità. L’immagine del padre è espressa dal Sole e, dall’analisi di un oroscopo, si può vedere come, se e quanto la donna proietta questa figura paterna, questo Animus, sul mondo esterno e particolarmente sulla persona dell’uomo.

Così, nell’oroscopo maschile, il Sole può dare indicazione sull’Ombra, cioè su tutto il mondo inconscio, sul rimosso, le paure, la tendenza alla proiezione, le profonde antipatie ingiustificate e altri sistemi di difesa dell’Io.

Oggi possiamo desumere una funzione psicoanalitica dalla verticale Dio-Stato-Padre-Figlio dove nell’ultimo termine si può vedere il soggetto che fronteggia i termini che lo sovrastano nella vita di relazione soggettiva-oggettiva. In questi termini possono esprimersi forze positive o energie distruttive; un padre buono e  gratificante oppure un tiranno autoritario o un censore moralistico.

In astrologia al Sole vengono attribuiti anche tutti i processi reattivi, il narcisismo primario, le turbe psicosomatiche, gli spunti paranoidi. Dal Sole oroscopico si vede se un individuo, durante la sua vita va incontro a frustrazioni o sublimazioni, alla esaltazione positiva dell’Io e della volontà, oppure alla megalomania, la depressione, la perdita vitale.

Il Sole appartiene al Leone, quinto segno zodiacale. Pertanto esprime il principio dell’Eros, di vitalità e creatività che si applica all’individuo per condurlo a realizzare tutta la propria vita. Come il segno del Leone presiede il cuore quale simbolo di centro vitale, così il Sole è riferito al cuore dell’uomo quale organo anatomico, fonte di vita, di energia fisica, emotiva e affettiva.

Il Sole, in sintesi, è il nucleo attivo della personalità.

Giro dello Zodiaco 365 giorni
Simbologia Io, Super Io, Sé, identità, personalità, carattere
Anatomia e fisiologia Cuore
Ruolo familiare e sociale Padre, marito, uomo ideale
Domicilio Leone
Esilio Acquario
Esaltazione Ariete
Caduta Bilancia
Funzione Visibilità, manifestazione, realizzazione
Lato oscuro Superbia, arroganza, egopatia

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Sulla simbologia del segno: https://tarocchiacolori.com/?s=leone

Sulla sua Casa, la Quinta: https://tarocchiacolori.com/2016/08/23/casa-quinta-o-del-leone

Sull’opposizione Leone-Acquario: https://tarocchiacolori.com/2016/07/18/leone-e-acquario/

Sulle carte associate al segno del Leone: https://tarocchiacolori.com/2015/06/21/leone-il-sole-e-il-mago/

Grigio

In origine il grigio fu definito come colore della acromia, negazione cioè del colore, contrapposto quindi a tutto ciò che fosse colorato. A seconda che fosse chiaro o scuro veniva ascritto al bianco o al nero: ancora nel Medioevo non era inteso come gradazione intermedia tra questi due colori perché questa posizione era occupata dal rosso.

“Nella sensibilità medievale il grigio evoca semplicemente l’idea di macchie, di screziature, di assenza di genuinità e di pulizia”, scrive M. Pastoureau. La lunga permanenza del grigio nell’indifferenziazione semantica e la sua prolungata indeterminazione tassonomica comportano in primo luogo una relativa povertà di documentazione nel ricostruirne i significati simbolici. Il grigio condivide con i colori di più recente differenziazione semantica (come il viola, il marrone, il rosa, l’arancione) una certa povertà di testimonianze storiche e di ricorrenze antropologiche specificatamente riferite ad esso. In secondo luogo, l’originaria confusione del grigio con altre gradazioni cromatiche, sollecita qualche riflessione su elementi simbolici che inequivocabilmente gli appartengono, anche se la tradizione spesso li mette in rapporto con altri colori.

E’ questo per esempio il caso dell’argento e della perla, che hanno certamente colorazione grigia, ma che in epoche di imprecisa definizione dei colori furono associati al bianco. Anche etimologicamente la voce “argento” ha una matrice indoeuropea comune con il lemma “bianco”.

L’argento è il metallo nobile che tradizionalmente si colloca accanto all’oro e con esso costituisce il binomio regale. Come l’oro, l’argento fu spesso attributo divino e regale; nei rapporti con l’oro però esso patisce una sorta di inferiorità, gioca un ruolo gregario e subordinato rispetto ad esso. Lo sta a dimostrare il fatto che è molto meno prezioso dell’oro a livello economico ma anche che è meno stimato sul piano dei valori: “il silenzio è d’oro” mentre “la parola è d’argento”.

In quanto elemento complementare all’oro nel costituire la sostanza degli dei, l’argento esprime simbolicamente il lato intuitivo della conoscenza e l’aspetto femminile della totalità psichica. Ad amplificare e sviluppare le attribuzioni di caratteri femminili dell’argento concorre un abbinamento consolidatosi attraverso i millenni nelle strutture  simboliche dell’uomo: quello tra argento e luna. La mitologia germanica conosce una figura analoga alla dea greca Selene, che dipinge come Dama d’Argento che vive sulla luna e che di notte vola in cielo su una slitta trainata da cervi bianchi. L’astrologia istituisce una corrispondenza planetaria tra il colore bianco argenteo e la luna. La magia, a sua volta, per costruire i pentacoli della luna, raccomanda di incidere i segni su una lastra d’argento o quanto meno di tracciarli con inchiostri argento o bianco-grigio.

Con una lastra d’argento si costruisce anche lo “specchio magico” con cui conoscere le cose segrete (l’ignoto, l’inconscio) a imitazione di quello che, secondo la tradizione, consentiva al Re Salomone di sapere tutto quello che accadeva nel mondo. Il connubio argento-specchio si esprime sia nella dimensione simbolica (la conoscenza) che nella realtà tecnologica (lo specchio era costruito applicando al vetro uno strato di grigio).

Cromaticamente, l’argento ha una proprietà che colpisce: per effetto di ossidazione assume una colorazione così scura da confondersi con il nero, ma pulito e lucidato acquista un colore grigio così chiaro da avvicinarsi al bianco. È possibile che questa sia stata la base di realtà su cui si edificò una sostanziale identificazione tra argento e luna: anche la luna difatti passa da una fase di “luna nera”, in cui è totalmente buia, a una fase di luna piena in cui risplende d’un biancore appena velato. Con la luna, quindi, l’argento condivide il carattere di luminosità attenuata, la capacità di trasformazione e di rinnovamento, la ciclicità e la mutevolezza, il rapporto con le acque e con la notte, con l’immaginario (il sogno) e con l’inconscio.

Dal punto di vista psicologico ciò suggerisce che quando il grigio viene inteso nelle sue gradazioni argentee e lunari, così chiare da essere luminescenti e affini al bianco, a esso vengono attribuiti significati di “leggerezza, di apertura alle esperienze e di disponibilità agli stimoli, alle influenze, alle sollecitazioni, ai contatti” (Lüscher).

Esistono, in sintesi, testimonianze simboliche che accostano le gradazioni argentee e perlacee del grigio a certi aspetti del bianco, quelli che maggiormente hanno attinenza con la conoscenza, con l’illuminazione, con l’apertura.

Queste gradazioni del grigio, tuttavia, conservano anche evocazioni del nero e alludono al mondo delle tenebre simbolicamente intese; parlano di una capacità tutta lunare e femminile di stare in rapporto con l’inconscio, con i suoi fantasmi, le sue immagini, le sue volubilità e le sue ciclicità. Parlano quindi di una via intuitiva e non razionale alla conoscenza, di una via che è singolarmente affine ai linguaggi dell’inconscio e che è invece alquanto estranea all’organizzazione psichica oggi collettivamente diffusa.

L’uomo urbano europeo del XX secolo percepisce e distingue oltre centinaia di tonalità di grigio, secondo uno studio condotto da Brusatin, e il colore argento è una presenza costante nella nostra vita: rubinetti, orologi, lattine, pellicole, viti, borchie, chiavi, serrature, specchi e infiniti altri oggetti della nostra quotidianità. All’interno di questo proliferare di bagliori argentei è interessante seguire il destino dei significati più caratteristici  espressi dal grigio-perla e dal grigio-argento. Questi significati sono confluiti culturalmente nel bianco e a far scintillare di luminescenze argentee i nostri ambienti urbani è rimasto il grigio metallico delle cromature, delle nichelature, dell’acciaio inossidabile. Si tratta di cromatismi simili ma simbolicamente diversi da quelli dell’argento; questo è un metallo lunare perché mutevole, ciclico, in costante e intrinseca oscillazione tra bianco e nero, tra luce e tenebra, tra conscio e inconscio. Il grigio-argento dei nostri ambienti urbani invece è artefatto e, dal punto di vista simbolico, falsato: fissato dai procedimenti industriali nella polarità della luminescenza e del chiarore, non può esprimere il mondo fluttuante dell’alternanza e della trasformazione; non frequenta più il nero come fa l’argento che è irresistibilmente risucchiato in esso; non è colore lunare di mutevolezza, ma artificiosa esaltazione del valore di luce, ibrido di illuminazione.

Da qui ne deriva il suo aspetto di metallica freddezza: il grigio argenteo è il colore della fredda luce lunare, delle acque fredde dei torrenti, del freddo ragionamento, della formalità distaccata, della fredda cortesia. Viviamo un momento di trionfo delle luminescenze argentee, ma si tratta di un argento ucciso nella sua vivacità, morto alla sua capacità di trasformazione ciclica, incapace di partecipazione viva alla quotidianità di chi lo usa. L’aspetto più evidente e inquietante di ciò non sta nella percezione tattile degli oggetti metallici, nel clima di raffreddato distacco che avvolge gli ambienti high tech, nel sapore anestetizzato delle apparecchiature tecnologiche ma nel dissociazione emozionale, nel distacco da ogni affettività che contraddistingue  la civiltà tecnologica del XX secolo e nell’uso freddamente impersonale, emotivamente dissociato della tecnologia.

“Giornata grigia” ed “esistenza grigia” sono espressioni con cui si descrive una situazione poco interessante, poco stimolante e di conseguenza il grigio diventa praticamente sinonimo di indifferenza e di noia.

La noia, la monotonia, la ripetitività sono contenuti che appartengono all’archetipo del grigio che diventa colore statico, uniforme, monotono e neutro: è lo sfondo su cui eserciteranno la propria influenza gli eventi, sul quale prenderanno forma le vicende personali. Lüscher, nel suo test dei colori, utilizza la gamma dei grigi proprio per misurare “lo stato di partenza del soggetto, l’atteggiamento soggettivo generale, il modo in cui uno abitualmente si trova”.

Per Lüscher un grigio molto scuro, del tutto affine al nero, esprime uno stato neurovegetativo di blocco, stasi, ingorgo energetico e coartazione. Questo aspetto è reso anche nel simbolismo della palude, immagine di acque stagnanti che imputridiscono. Per Kandinskji “quanto più scuro diventa il grigio, tanto maggiore prevalenza acquista la disperazione, tanto più cresce il soffocamento”. Al contrario un grigio chiarissimo, così chiaro da sfumare nel bianco, corrisponde a uni stato neurovegetativo di leggerezza, allentamento e libertà: come scrive Kandinskji, “esso raccoglie in sé una sorta d’aria, una possibilità di respirare che contiene un elemento di speranza”.

Nel centro, equidistante da bianco e nero, abbiamo il grigio medio i cui significati gravitano attorno ai temi della neutralità, del bilanciamento, del mantenimento dello status quo; colore conformista, in questo senso, e colore anonimo, simbolo di mediocrità e indifferenza. Secondo Lüscher, con l’avanzare dell’età aumenta la preferenza per questo colore: abitualmente, infatti, la vecchiaia comporta un distacco sempre più accentuato dagli interessi, dall’attività, dalle varie forme di vita sociale, relazionale, lavorativa, affettiva. Tutto ciò si traduce in una maggiore preferenza per il grigio, colore amorfo, devitalizzato, colore del ritiro degli investimenti libidici e dei coinvolgimenti personali.

Grigio è anche il colore della nebbia che smorza gli stimoli acustici, che offusca quelli visivi, che conferisce alla realtà un aspetto desolato e devitalizzato. Con la nebbia si vive una sensazione di fuori dal tempo caratterizzata da un’oscillazione tra decadentismo coreografico, spleen e atemporalità, torpore e desolazione. La nebbia possiede il ruolo simbolico e l’effetto pratico di annegare le forme dell’indistinto: quelle nuove non sono ancora precisate e quelle note non sono ancora scomparse: essa è il confine tra reale e non-reale. Per questi aspetti la nebbia assume colorazione sinistra, angosciante, diventando regno di ombre devitalizzate ma inquietanti, offuscamento della consapevolezza.

A volte, però, il grigio della nebbia viene vissuto in maniera positiva come colore delimitante, di confine, di separazione. L’effetto coprente della nebbia ne fa un elemento mimetico e il grigio assume un significato di mimetismo, riservatezza e propensione all’evitamento. In senso più lato il grigio è colore mimetico e di occultamento, colore discreto che tende a passare inosservato e che costella le collocazioni in ombra, sotterranee, appartate, poco in vista.

Nella sua tonalità lunare il grigio è associato al Cancro, e potrebbe aiutare, nella tonalità media, quei segni un po’ (troppo) irruenti e combattivi quali i segni di Fuoco, lo Scorpione e il Capricorno, a spegnere un po’ il loro ardore, la loro sete di vendetta.

Chi ama il grigio è una persona poco serena che cerca sempre di prendere tempo e di distaccarsi dai contesti che gli possono procurare ansia o metterla a disagio. Si adatta poco alle circostanze e tende a stare in disparte, accrescendo così quella sensazione di inadeguatezza che lo porta a comportarsi in modo disinteressato verso tutto ciò che fa. Si tratta di una persona poco vitale, con scarsa energia, spesso introversa.

Chi non ama il grigio è in perenne stato di tensione, teme l’ignoto e cerca di ricavare sempre un vantaggio personale da ciò che fa. Ha bisogno di essere al centro dell’attenzione e, generalmente, è sempre molto impegnato.

 

Marrone

toro, vergine, capricorno, biodiversità, rigenerazione

Bruno, derivato da braun in tedesco e da brown in inglese, è un termine molto usato nel lessico cromatico. Esso individua un colore scuro carico di reminiscenze rossicce ed è usato per identificare un colore più scuro del castano e più chiaro del nero ma, generalmente, è un termine desueto. Il bruno è il colore della brace, una mescolanza di rosso e nero, “di fuoco, fuliggine e cenere”, secondo Portal.

Secondo questa descrizione il bruno partecipa dell’aspetto funesto del nero e di quello energetico del rosso, quindi simbolo dell’amore infernale e del tradimento. “L’amore puro trova il suo simbolo nel fuoco puro, o celeste, l’amore infernale nel fuoco impuro, o terrestre”, scrive Portal, facendoci vedere come il primo sia rosso e l’altro rosso-nero, cioè bruno.

Questo colore è così cupo da essere strettamente associato con il nero, ma nel contempo è manifestamente apparentato con il rosso; per questo aspetto si presta meglio di altri a tradurre cromaticamente l’ombra del rosso. Esso esprime cioè il lato inferiore dell’amore e corrisponde alle forme egoistiche di esso (la passione cieca, il piacere sensuale egoistico, il ricatto affettivo, e simili). Corrisponde anche al lato inferiore del trasporto amoroso e in quanto tale colora il tradimento, come sembra testimoniare il colore delle vesti di Giuda sulle vetrate della cattedrale di Chartres e nella pittura medievale.

Coerentemente con la visione cromatica del Medioevo, il bruno viene descritto come un colore ibrido e sporco che si colloca tra bianco e nero, ma soprattutto viene impiegato per connotare il peccato e i suo potere di trasformazione in forme bestiali, pre-umane. Dante, nell’Inferno, parlerà di peccatori come di uomini “ad ogne conoscenza bruni”, ciechi cioè alla luce della consapevolezza e sordi alla voce della coscienza.

Con questo significato di trasformazione in negativo, il bruno entra anche nel codice cromatico francese dove, se associato a un altro colore, lo trasforma nei suoi aspetti d’ombra quindi in vizio o, ancora, secondo Dante “il bianco s’è fatto bruno” (Paradiso). Per esempio, abbinato al rosso indica perdita di forza, al viola incostanza in amore, al bianco perdita di innocenza.

Anche nei suoi accostamenti con il sapore il colore bruno esprime un gusto cattivo, che non è facile e immediato: è il colore scuro dei digestivi (gli amari!), del cioccolato amaro, del caffè, della birra scura. È colorazione corposa e consistente, che tende a far percepire uno stesso alimento più sostanzioso e calorico di quando ha una colorazione chiara. È anche il colore dei cibi bruciacchiati o tostati e dei cibi guasti e marciti.

Nella sua essenza, quindi, il bruno non è colore particolarmente gradevole né gradito su vari piani della percezione: in francese brun non è solo un colore, ma anche uno stato d’animo particolarmente malinconico; in inglese dire I’m browned off significa descrivere uno stato d’animo di noia mortale.

Forse per questo il bruno è stato per secoli confuso con la massa indifferenziata dei cromatismi scuri a colorare, per esempio, nell’abbigliamento, lo stato sociale e morale dei poveri, dei diseredati, dei disgraziati. Forse per questo motivo Lüscher impiega una gradazione calda e gradevole, ben diversa dal bruno.

Forse proprio per questi motivi la parola bruno è caduta in disuso. E al suo posto preferiamo il nome di un frutto della terra, dal guscio legnoso, che raccoglie su di sé la gamma cromatica dell’autunno, che esalta le proprie colorazioni brune quando viene arrostito sulla brace, che è polposo e moderatamente dolce quando lo mangiamo caldo e sgusciato, che fu il solo cibo invernale dei poveri per molti secoli e che oggi è immagine di pigre serate davanti al camino. Tutte queste caratteristiche (la combinazione terra-legno, il carattere autunnale e orale, il calore e il sapore, l’intimità familiare e lo starsene comodi) convergono nel nome che abitualmente attribuiamo a questa gamma di colori e che è anche il nome della castagna più grossa e commestibile: marrone.

Il marrone è associato alla terra, anche se questa è rossiccia come l’argilla, giallastra come la sabbia, bruna come il fango, grigia come la cenere, nerastra come l’humus: la terra anzitutto è  (sempre) marrone. È emblematico come i colori marrone usati dai pittori prendano il nome della terra: terra naturale, terra bruciata, terra d’ombra, terra di Siena,…

Questo colore mantiene dentro di sé l’evocazione cromatica delle ocre rosse e gialle, ma la vivacità dei cromatismi originali in esso viene spenta da una sostanziale componente di nero che la precipita verso gradazioni cupe e spente. “Il marrone è un rosso-giallo reso più scuro. Origina dall’arancione a cui si aggiunge, per esempio, del nero. Nel marrone la forza vitale e impulsiva del rosso è offuscata, smorzata, spezzata dall’oscuramento”, scrive Lüscher. In sintonia con queste osservazioni è anche quella di Kandinskij, secondo cui nel marrone “il rosso suona come un borbottio appena percepibile”.

Il simbolismo tellurico assume un carattere più materico e più specificatamente si lega alla nascita delle forme, alla capacità di dare forma, di produrre forme e di esprimersi attraverso la dimensione della forma e della materia. Una delle espressioni più creative più arcaiche dell’uomo vede convergere la materia, la terra, la creazione di forme e il colore marrone in un’unica arte antica e suggestiva: quella dei vasai. Ancora oggi le argille, le crete, i feldspati modellati in  vasi e nelle mille forme della ceramica, vengono da noi genericamente chiamati “terracotta” e intimamente associata al colore marrone.

A livello psicologico, sia acqua che terra appartengono all’archetipo materno e alle dimensioni dell’inconscio ma l’acqua è un tutto indifferenziato mentre la terra rappresenta il germe della diversità. Dall’unione delle due nasce il cosmo poiché entrambe posseggono potere fecondo e vitale che appartiene all’inconscio quale giacimento di contenuti, energie e impulsi. Mentre però l’acqua (e quindi il blu) inclina alle manifestazioni più sfumate e indifferenziate dell’inconscio, la terra (e quindi il marrone) è elemento più concreto e, spesso, è matrice di forme, è grembo della biodiversità, analogica alla differenziazione psicologica e psichica.

La terra, in tutte le mitologie, è elemento femminile ricettivo, passivo, associato allo yin, quindi all’archetipo femminile, materno. Nell’induismo è associata a tamas, la tendenza discendente contrapposta al sattva, la tendenza ascendente; mentre nell’alchimia orientale la terra è elemento di densità, fissità e condensazione, contrapposto all’aria, elemento sottile e volatile.

Il marrone, essendo il cromatismo distintivo della terra, partecipa a tutte queste caratteristiche e quindi il marrone è colore che accoglie, che riceve, nel quale ci si può adagiare e rannicchiare; indica tranquilla appartenenza, partecipazione all’intimità.

L’uomo, secondo l’antropologia, entra in contatto con la terra in tre modi: con il parto a terra, con l’inumazione funeraria con il seppellimento simbolico. Tutte e tre queste ritualità testimoniano una fede di fondo nella capacità della terra di rigenerare la vita. Di conseguenza il marrone assume significati di rigenerazione, trasformazione, riposo, accoglienza, necessità di contatto con le energie vitali.

Secondo Lüscher “il marrone ha perso l’impulso attivo ed espansivo, la forza d’urto del rosso, tuttavia permane lo stato vitale”, quindi il marrone rappresenta un’energia vitale che, se ci pensiamo, è testimoniata dalle molte mitologie secondo cui l’uomo è stato creato con polvere, fango, argilla, cenere e altre forme della terra.

Ovviamente, per le sue caratteristiche, è associato ai segni di Terra, soprattutto Toro e Vergine, ma sarebbe sicuramente d’aiuto, nei toni caldi e avvolgenti, ai segni di Acqua e, nei toni più freddi, a quelli di Fuoco.

Chi ama il marrone ricerca l’armonia e ama sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. Tende a essere ottimista e positivo, soddisfatto della vita che conduce. Cerca situazioni stabili e non ama troppo le novità. Ha notevoli capacità lavorative e crede nelle tradizioni.

Chi non ama il marrone non dà il giusto peso alle soddisfazioni derivanti dal benessere materiale e fisico, preferendo di gran lunga le soddisfazioni di tipo mentale. Non accetta alcun tipo di debolezza e vuole essere al centro dell’attenzione. Tende a preoccuparsi di non deludere mai le aspettative che gli altri ripongono in lui.

 

Bianco

cancro

Il bianco non tollera nessuna impurità, nessuna inclinazione, né ombra o nuance, pena il suo decadere nel grigio o nell’infinita gamma delle sfumature cromatiche. Nella sua perfezione è addirittura un’astrazione e, come scrisse Riedel, “nessun bianco puro è sulla terra”.

Nella teoria di Newton una superficie è bianca quando riflette contemporaneamente tutte le radiazioni cromatiche. In questa teoria trova la sua espressione scientifica l’antica e radicata convinzione che il bianco contenga tutti gli altri colori. Questa convinzione è presente già in Aristotele e nella filosofia cinese, e viene spesso illustrata con un banale esperimento di fisica dove un disco dipinto a segmenti con i colori dell’iride viene fatto girare velocemente tramutandosi così in bianco. Da qui, il concetto che il bianco corrisponde alla somma di tutti gli altri colori.

Quest’osservazione è utile per comprendere il significato simbolico più caratterizzante del bianco, quello cioè di colore assoluto, colore della totalità che porta con sé un sapore etereo, rarefatto, luminoso che lo rende intrinsecamente partecipe all’immagine del divino e alle figurazioni simboliche del trascendente.

Il bianco non è il colore di questo o di quell’aspetto del divino, è il colore del divino in sé: è immediato associare al bianco gli abiti sacerdotali (pensiamo al Papa), i luoghi sacri come i templi che spesso subivano un’imbiancatura rituale, alle vittime sacrificali offerte alle divinità bianche: a Roma, oltre al toro bianco delle feriae, si immolavano a Giove agnelli e capretti bianchi.

Il bianco è il colore del divino e del rapporto che l’uomo cerca con esso; è quindi il colore della trascendenza, dell’illuminazione religiosa, dell’esperienza estatica e della ricerca mistica. Questo profondo legame tra il colore, il divino e l’uomo rende il bianco un elemento propiziatorio e protettivo nei confronti degli influssi malefici (pensiamo alla magia bianca).

Ne Il Signore degli anelli, quando Gandalf il Mago Bianco si manifestò in tutta la sua potenza e pienezza della sua trasfigurazione, “la sua capigliatura era candida come la neve, e la sua veste bianca e splendente. (…) Curva, bianca, la vecchia figura brillava come se qualche strana luce vi covasse (…)”. Si tratta di una figura guida e protettrice, immagine della personalità rinata, di quel Sé psicologico che, come dice Jung, è un concetto trascendente “in quanto esprime la totalità dei contenuti consci e inconsci”. In questo senso il bianco, come colore totale, si presta a connotare immagini delle divinità assolute, di ogni dio universale e totale, di ogni “pan” nel senso di onnipresente e onnicomprensivo. Secondo Jung, il bianco è simbolo del Sé come “uomo totale”,  come individuo realizzato nella sua totalità.

Nella civiltà occidentale, ma non solo, il bianco è un colore associato a bontà, franchezza, affabilità: non per niente, santi, angeli, defunti e, in generale, le essenze spirituali sono figure bianche, così come lo sono i fantasmi. Il concetto espresso nei mandala, figure concentriche a struttura simmetrica, è “l’idea di un centro della personalità, una sorta di punto centrale all’interno dell’anima, al quale tutto sia correlato, dal quale tutto sia ordinato, e il quale sia al tempo stesso fonte di energia” (Jung). Quindi i mandala sono immagini simboliche della totalità ed è interessante notare come spesso il bianco occupi la posizione più emblematica in molti mandala: il centro, e questo lo rende punto unitario e unificatore della totalità.

In tutte le denominazioni e gli attributi del bianco nelle lingue occidentali vi è l’idea di chiarezza, di luce. In latino albus, in greco afós (da alba); in latino fulgor (da folgore) e candidus (dalla radice indoeuropea cand che esprime l’incandescenza del metallo in fusione o della fiamma), in greco arg (da argós, argento) e leucós (da lyke, luce).

L’identificazione tra bianco e luce è presente già in Aristotele ma sopravvive anche nelle teorie moderne del colore: per Newton il bianco puro è quello della luce bianca del sole, composta da altri tipi di luce, per Goethe il bianco è la materializzazione della trasparenza. Per questa sua caratteristica il bianco trova ampio uso in architettura (conferisce luce agli ambienti), nella cosmetica (serve a dare volume e luminosità al viso), nell’abbigliamento (una camicia bianca “schiarisce” il viso ringiovanendolo).

Per le sue caratteristiche è associato al Cancro, segno lunare per eccellenza. Potrebbe aiutare Vergine, Toro e Ariete ad ampliare la loro visione spirituale ed entrare con maggior disinvoltura nel proprio animo.

Chi ama il bianco tende al fatalismo, ma possiede grande creatività e immaginazione. Sente la necessità di vivere un continuo cambiamento ed è fortemente stimolato dalle novità. Ha grande fiducia negli altri e nel futuro ma, allo stesso tempo, può illudersi facilmente e dimostrarsi un po’ ingenuo.

Chi rifiuta il bianco ha poca fiducia negli altri e nel proprio destino, sente la necessità di agire sempre per avere tutto sotto controllo. Non ama bruschi cambiamenti ed è spesso fermo nelle sue idee e opinioni. Molto pragmatico e razionale, non lascia spazio all’immaginazione e coltiva poco la sensibilità umana.

A questo colore molti associano il settimo Chakra, il Sahasrara, il chakra in cui avviene l’illuminazione, in cui  lo stato ultimo di coscienza va al di là della ragione, al di là dei sensi e al di là dei limiti del mondo circostante. A questo chakra viene associato più spesso il colore viola.

Per saperne di più sul settimo chakra, leggete il mio articolo https://tarocchiacolori.com/?s=settimo+chakra

Per chiunque fosse interessato al Test dei Colori di Lüscher, può visitare il mio sito www.margheritamistica.com