Grigio

In origine il grigio fu definito come colore della acromia, negazione cioè del colore, contrapposto quindi a tutto ciò che fosse colorato. A seconda che fosse chiaro o scuro veniva ascritto al bianco o al nero: ancora nel Medioevo non era inteso come gradazione intermedia tra questi due colori perché questa posizione era occupata dal rosso.

“Nella sensibilità medievale il grigio evoca semplicemente l’idea di macchie, di screziature, di assenza di genuinità e di pulizia”, scrive M. Pastoureau. La lunga permanenza del grigio nell’indifferenziazione semantica e la sua prolungata indeterminazione tassonomica comportano in primo luogo una relativa povertà di documentazione nel ricostruirne i significati simbolici. Il grigio condivide con i colori di più recente differenziazione semantica (come il viola, il marrone, il rosa, l’arancione) una certa povertà di testimonianze storiche e di ricorrenze antropologiche specificatamente riferite ad esso. In secondo luogo, l’originaria confusione del grigio con altre gradazioni cromatiche, sollecita qualche riflessione su elementi simbolici che inequivocabilmente gli appartengono, anche se la tradizione spesso li mette in rapporto con altri colori.

E’ questo per esempio il caso dell’argento e della perla, che hanno certamente colorazione grigia, ma che in epoche di imprecisa definizione dei colori furono associati al bianco. Anche etimologicamente la voce “argento” ha una matrice indoeuropea comune con il lemma “bianco”.

L’argento è il metallo nobile che tradizionalmente si colloca accanto all’oro e con esso costituisce il binomio regale. Come l’oro, l’argento fu spesso attributo divino e regale; nei rapporti con l’oro però esso patisce una sorta di inferiorità, gioca un ruolo gregario e subordinato rispetto ad esso. Lo sta a dimostrare il fatto che è molto meno prezioso dell’oro a livello economico ma anche che è meno stimato sul piano dei valori: “il silenzio è d’oro” mentre “la parola è d’argento”.

In quanto elemento complementare all’oro nel costituire la sostanza degli dei, l’argento esprime simbolicamente il lato intuitivo della conoscenza e l’aspetto femminile della totalità psichica. Ad amplificare e sviluppare le attribuzioni di caratteri femminili dell’argento concorre un abbinamento consolidatosi attraverso i millenni nelle strutture  simboliche dell’uomo: quello tra argento e luna. La mitologia germanica conosce una figura analoga alla dea greca Selene, che dipinge come Dama d’Argento che vive sulla luna e che di notte vola in cielo su una slitta trainata da cervi bianchi. L’astrologia istituisce una corrispondenza planetaria tra il colore bianco argenteo e la luna. La magia, a sua volta, per costruire i pentacoli della luna, raccomanda di incidere i segni su una lastra d’argento o quanto meno di tracciarli con inchiostri argento o bianco-grigio.

Con una lastra d’argento si costruisce anche lo “specchio magico” con cui conoscere le cose segrete (l’ignoto, l’inconscio) a imitazione di quello che, secondo la tradizione, consentiva al Re Salomone di sapere tutto quello che accadeva nel mondo. Il connubio argento-specchio si esprime sia nella dimensione simbolica (la conoscenza) che nella realtà tecnologica (lo specchio era costruito applicando al vetro uno strato di grigio).

Cromaticamente, l’argento ha una proprietà che colpisce: per effetto di ossidazione assume una colorazione così scura da confondersi con il nero, ma pulito e lucidato acquista un colore grigio così chiaro da avvicinarsi al bianco. È possibile che questa sia stata la base di realtà su cui si edificò una sostanziale identificazione tra argento e luna: anche la luna difatti passa da una fase di “luna nera”, in cui è totalmente buia, a una fase di luna piena in cui risplende d’un biancore appena velato. Con la luna, quindi, l’argento condivide il carattere di luminosità attenuata, la capacità di trasformazione e di rinnovamento, la ciclicità e la mutevolezza, il rapporto con le acque e con la notte, con l’immaginario (il sogno) e con l’inconscio.

Dal punto di vista psicologico ciò suggerisce che quando il grigio viene inteso nelle sue gradazioni argentee e lunari, così chiare da essere luminescenti e affini al bianco, a esso vengono attribuiti significati di “leggerezza, di apertura alle esperienze e di disponibilità agli stimoli, alle influenze, alle sollecitazioni, ai contatti” (Lüscher).

Esistono, in sintesi, testimonianze simboliche che accostano le gradazioni argentee e perlacee del grigio a certi aspetti del bianco, quelli che maggiormente hanno attinenza con la conoscenza, con l’illuminazione, con l’apertura.

Queste gradazioni del grigio, tuttavia, conservano anche evocazioni del nero e alludono al mondo delle tenebre simbolicamente intese; parlano di una capacità tutta lunare e femminile di stare in rapporto con l’inconscio, con i suoi fantasmi, le sue immagini, le sue volubilità e le sue ciclicità. Parlano quindi di una via intuitiva e non razionale alla conoscenza, di una via che è singolarmente affine ai linguaggi dell’inconscio e che è invece alquanto estranea all’organizzazione psichica oggi collettivamente diffusa.

L’uomo urbano europeo del XX secolo percepisce e distingue oltre centinaia di tonalità di grigio, secondo uno studio condotto da Brusatin, e il colore argento è una presenza costante nella nostra vita: rubinetti, orologi, lattine, pellicole, viti, borchie, chiavi, serrature, specchi e infiniti altri oggetti della nostra quotidianità. All’interno di questo proliferare di bagliori argentei è interessante seguire il destino dei significati più caratteristici  espressi dal grigio-perla e dal grigio-argento. Questi significati sono confluiti culturalmente nel bianco e a far scintillare di luminescenze argentee i nostri ambienti urbani è rimasto il grigio metallico delle cromature, delle nichelature, dell’acciaio inossidabile. Si tratta di cromatismi simili ma simbolicamente diversi da quelli dell’argento; questo è un metallo lunare perché mutevole, ciclico, in costante e intrinseca oscillazione tra bianco e nero, tra luce e tenebra, tra conscio e inconscio. Il grigio-argento dei nostri ambienti urbani invece è artefatto e, dal punto di vista simbolico, falsato: fissato dai procedimenti industriali nella polarità della luminescenza e del chiarore, non può esprimere il mondo fluttuante dell’alternanza e della trasformazione; non frequenta più il nero come fa l’argento che è irresistibilmente risucchiato in esso; non è colore lunare di mutevolezza, ma artificiosa esaltazione del valore di luce, ibrido di illuminazione.

Da qui ne deriva il suo aspetto di metallica freddezza: il grigio argenteo è il colore della fredda luce lunare, delle acque fredde dei torrenti, del freddo ragionamento, della formalità distaccata, della fredda cortesia. Viviamo un momento di trionfo delle luminescenze argentee, ma si tratta di un argento ucciso nella sua vivacità, morto alla sua capacità di trasformazione ciclica, incapace di partecipazione viva alla quotidianità di chi lo usa. L’aspetto più evidente e inquietante di ciò non sta nella percezione tattile degli oggetti metallici, nel clima di raffreddato distacco che avvolge gli ambienti high tech, nel sapore anestetizzato delle apparecchiature tecnologiche ma nel dissociazione emozionale, nel distacco da ogni affettività che contraddistingue  la civiltà tecnologica del XX secolo e nell’uso freddamente impersonale, emotivamente dissociato della tecnologia.

“Giornata grigia” ed “esistenza grigia” sono espressioni con cui si descrive una situazione poco interessante, poco stimolante e di conseguenza il grigio diventa praticamente sinonimo di indifferenza e di noia.

La noia, la monotonia, la ripetitività sono contenuti che appartengono all’archetipo del grigio che diventa colore statico, uniforme, monotono e neutro: è lo sfondo su cui eserciteranno la propria influenza gli eventi, sul quale prenderanno forma le vicende personali. Lüscher, nel suo test dei colori, utilizza la gamma dei grigi proprio per misurare “lo stato di partenza del soggetto, l’atteggiamento soggettivo generale, il modo in cui uno abitualmente si trova”.

Per Lüscher un grigio molto scuro, del tutto affine al nero, esprime uno stato neurovegetativo di blocco, stasi, ingorgo energetico e coartazione. Questo aspetto è reso anche nel simbolismo della palude, immagine di acque stagnanti che imputridiscono. Per Kandinskji “quanto più scuro diventa il grigio, tanto maggiore prevalenza acquista la disperazione, tanto più cresce il soffocamento”. Al contrario un grigio chiarissimo, così chiaro da sfumare nel bianco, corrisponde a uni stato neurovegetativo di leggerezza, allentamento e libertà: come scrive Kandinskji, “esso raccoglie in sé una sorta d’aria, una possibilità di respirare che contiene un elemento di speranza”.

Nel centro, equidistante da bianco e nero, abbiamo il grigio medio i cui significati gravitano attorno ai temi della neutralità, del bilanciamento, del mantenimento dello status quo; colore conformista, in questo senso, e colore anonimo, simbolo di mediocrità e indifferenza. Secondo Lüscher, con l’avanzare dell’età aumenta la preferenza per questo colore: abitualmente, infatti, la vecchiaia comporta un distacco sempre più accentuato dagli interessi, dall’attività, dalle varie forme di vita sociale, relazionale, lavorativa, affettiva. Tutto ciò si traduce in una maggiore preferenza per il grigio, colore amorfo, devitalizzato, colore del ritiro degli investimenti libidici e dei coinvolgimenti personali.

Grigio è anche il colore della nebbia che smorza gli stimoli acustici, che offusca quelli visivi, che conferisce alla realtà un aspetto desolato e devitalizzato. Con la nebbia si vive una sensazione di fuori dal tempo caratterizzata da un’oscillazione tra decadentismo coreografico, spleen e atemporalità, torpore e desolazione. La nebbia possiede il ruolo simbolico e l’effetto pratico di annegare le forme dell’indistinto: quelle nuove non sono ancora precisate e quelle note non sono ancora scomparse: essa è il confine tra reale e non-reale. Per questi aspetti la nebbia assume colorazione sinistra, angosciante, diventando regno di ombre devitalizzate ma inquietanti, offuscamento della consapevolezza.

A volte, però, il grigio della nebbia viene vissuto in maniera positiva come colore delimitante, di confine, di separazione. L’effetto coprente della nebbia ne fa un elemento mimetico e il grigio assume un significato di mimetismo, riservatezza e propensione all’evitamento. In senso più lato il grigio è colore mimetico e di occultamento, colore discreto che tende a passare inosservato e che costella le collocazioni in ombra, sotterranee, appartate, poco in vista.

Nella sua tonalità lunare il grigio è associato al Cancro, e potrebbe aiutare, nella tonalità media, quei segni un po’ (troppo) irruenti e combattivi quali i segni di Fuoco, lo Scorpione e il Capricorno, a spegnere un po’ il loro ardore, la loro sete di vendetta.

Chi ama il grigio è una persona poco serena che cerca sempre di prendere tempo e di distaccarsi dai contesti che gli possono procurare ansia o metterla a disagio. Si adatta poco alle circostanze e tende a stare in disparte, accrescendo così quella sensazione di inadeguatezza che lo porta a comportarsi in modo disinteressato verso tutto ciò che fa. Si tratta di una persona poco vitale, con scarsa energia, spesso introversa.

Chi non ama il grigio è in perenne stato di tensione, teme l’ignoto e cerca di ricavare sempre un vantaggio personale da ciò che fa. Ha bisogno di essere al centro dell’attenzione e, generalmente, è sempre molto impegnato.

 

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Marrone

toro, vergine, capricorno, biodiversità, rigenerazione

Bruno, derivato da braun in tedesco e da brown in inglese, è un termine molto usato nel lessico cromatico. Esso individua un colore scuro carico di reminiscenze rossicce ed è usato per identificare un colore più scuro del castano e più chiaro del nero ma, generalmente, è un termine desueto. Il bruno è il colore della brace, una mescolanza di rosso e nero, “di fuoco, fuliggine e cenere”, secondo Portal.

Secondo questa descrizione il bruno partecipa dell’aspetto funesto del nero e di quello energetico del rosso, quindi simbolo dell’amore infernale e del tradimento. “L’amore puro trova il suo simbolo nel fuoco puro, o celeste, l’amore infernale nel fuoco impuro, o terrestre”, scrive Portal, facendoci vedere come il primo sia rosso e l’altro rosso-nero, cioè bruno.

Questo colore è così cupo da essere strettamente associato con il nero, ma nel contempo è manifestamente apparentato con il rosso; per questo aspetto si presta meglio di altri a tradurre cromaticamente l’ombra del rosso. Esso esprime cioè il lato inferiore dell’amore e corrisponde alle forme egoistiche di esso (la passione cieca, il piacere sensuale egoistico, il ricatto affettivo, e simili). Corrisponde anche al lato inferiore del trasporto amoroso e in quanto tale colora il tradimento, come sembra testimoniare il colore delle vesti di Giuda sulle vetrate della cattedrale di Chartres e nella pittura medievale.

Coerentemente con la visione cromatica del Medioevo, il bruno viene descritto come un colore ibrido e sporco che si colloca tra bianco e nero, ma soprattutto viene impiegato per connotare il peccato e i suo potere di trasformazione in forme bestiali, pre-umane. Dante, nell’Inferno, parlerà di peccatori come di uomini “ad ogne conoscenza bruni”, ciechi cioè alla luce della consapevolezza e sordi alla voce della coscienza.

Con questo significato di trasformazione in negativo, il bruno entra anche nel codice cromatico francese dove, se associato a un altro colore, lo trasforma nei suoi aspetti d’ombra quindi in vizio o, ancora, secondo Dante “il bianco s’è fatto bruno” (Paradiso). Per esempio, abbinato al rosso indica perdita di forza, al viola incostanza in amore, al bianco perdita di innocenza.

Anche nei suoi accostamenti con il sapore il colore bruno esprime un gusto cattivo, che non è facile e immediato: è il colore scuro dei digestivi (gli amari!), del cioccolato amaro, del caffè, della birra scura. È colorazione corposa e consistente, che tende a far percepire uno stesso alimento più sostanzioso e calorico di quando ha una colorazione chiara. È anche il colore dei cibi bruciacchiati o tostati e dei cibi guasti e marciti.

Nella sua essenza, quindi, il bruno non è colore particolarmente gradevole né gradito su vari piani della percezione: in francese brun non è solo un colore, ma anche uno stato d’animo particolarmente malinconico; in inglese dire I’m browned off significa descrivere uno stato d’animo di noia mortale.

Forse per questo il bruno è stato per secoli confuso con la massa indifferenziata dei cromatismi scuri a colorare, per esempio, nell’abbigliamento, lo stato sociale e morale dei poveri, dei diseredati, dei disgraziati. Forse per questo motivo Lüscher impiega una gradazione calda e gradevole, ben diversa dal bruno.

Forse proprio per questi motivi la parola bruno è caduta in disuso. E al suo posto preferiamo il nome di un frutto della terra, dal guscio legnoso, che raccoglie su di sé la gamma cromatica dell’autunno, che esalta le proprie colorazioni brune quando viene arrostito sulla brace, che è polposo e moderatamente dolce quando lo mangiamo caldo e sgusciato, che fu il solo cibo invernale dei poveri per molti secoli e che oggi è immagine di pigre serate davanti al camino. Tutte queste caratteristiche (la combinazione terra-legno, il carattere autunnale e orale, il calore e il sapore, l’intimità familiare e lo starsene comodi) convergono nel nome che abitualmente attribuiamo a questa gamma di colori e che è anche il nome della castagna più grossa e commestibile: marrone.

Il marrone è associato alla terra, anche se questa è rossiccia come l’argilla, giallastra come la sabbia, bruna come il fango, grigia come la cenere, nerastra come l’humus: la terra anzitutto è  (sempre) marrone. È emblematico come i colori marrone usati dai pittori prendano il nome della terra: terra naturale, terra bruciata, terra d’ombra, terra di Siena,…

Questo colore mantiene dentro di sé l’evocazione cromatica delle ocre rosse e gialle, ma la vivacità dei cromatismi originali in esso viene spenta da una sostanziale componente di nero che la precipita verso gradazioni cupe e spente. “Il marrone è un rosso-giallo reso più scuro. Origina dall’arancione a cui si aggiunge, per esempio, del nero. Nel marrone la forza vitale e impulsiva del rosso è offuscata, smorzata, spezzata dall’oscuramento”, scrive Lüscher. In sintonia con queste osservazioni è anche quella di Kandinskij, secondo cui nel marrone “il rosso suona come un borbottio appena percepibile”.

Il simbolismo tellurico assume un carattere più materico e più specificatamente si lega alla nascita delle forme, alla capacità di dare forma, di produrre forme e di esprimersi attraverso la dimensione della forma e della materia. Una delle espressioni più creative più arcaiche dell’uomo vede convergere la materia, la terra, la creazione di forme e il colore marrone in un’unica arte antica e suggestiva: quella dei vasai. Ancora oggi le argille, le crete, i feldspati modellati in  vasi e nelle mille forme della ceramica, vengono da noi genericamente chiamati “terracotta” e intimamente associata al colore marrone.

A livello psicologico, sia acqua che terra appartengono all’archetipo materno e alle dimensioni dell’inconscio ma l’acqua è un tutto indifferenziato mentre la terra rappresenta il germe della diversità. Dall’unione delle due nasce il cosmo poiché entrambe posseggono potere fecondo e vitale che appartiene all’inconscio quale giacimento di contenuti, energie e impulsi. Mentre però l’acqua (e quindi il blu) inclina alle manifestazioni più sfumate e indifferenziate dell’inconscio, la terra (e quindi il marrone) è elemento più concreto e, spesso, è matrice di forme, è grembo della biodiversità, analogica alla differenziazione psicologica e psichica.

La terra, in tutte le mitologie, è elemento femminile ricettivo, passivo, associato allo yin, quindi all’archetipo femminile, materno. Nell’induismo è associata a tamas, la tendenza discendente contrapposta al sattva, la tendenza ascendente; mentre nell’alchimia orientale la terra è elemento di densità, fissità e condensazione, contrapposto all’aria, elemento sottile e volatile.

Il marrone, essendo il cromatismo distintivo della terra, partecipa a tutte queste caratteristiche e quindi il marrone è colore che accoglie, che riceve, nel quale ci si può adagiare e rannicchiare; indica tranquilla appartenenza, partecipazione all’intimità.

L’uomo, secondo l’antropologia, entra in contatto con la terra in tre modi: con il parto a terra, con l’inumazione funeraria con il seppellimento simbolico. Tutte e tre queste ritualità testimoniano una fede di fondo nella capacità della terra di rigenerare la vita. Di conseguenza il marrone assume significati di rigenerazione, trasformazione, riposo, accoglienza, necessità di contatto con le energie vitali.

Secondo Lüscher “il marrone ha perso l’impulso attivo ed espansivo, la forza d’urto del rosso, tuttavia permane lo stato vitale”, quindi il marrone rappresenta un’energia vitale che, se ci pensiamo, è testimoniata dalle molte mitologie secondo cui l’uomo è stato creato con polvere, fango, argilla, cenere e altre forme della terra.

Ovviamente, per le sue caratteristiche, è associato ai segni di Terra, soprattutto Toro e Vergine, ma sarebbe sicuramente d’aiuto, nei toni caldi e avvolgenti, ai segni di Acqua e, nei toni più freddi, a quelli di Fuoco.

Chi ama il marrone ricerca l’armonia e ama sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. Tende a essere ottimista e positivo, soddisfatto della vita che conduce. Cerca situazioni stabili e non ama troppo le novità. Ha notevoli capacità lavorative e crede nelle tradizioni.

Chi non ama il marrone non dà il giusto peso alle soddisfazioni derivanti dal benessere materiale e fisico, preferendo di gran lunga le soddisfazioni di tipo mentale. Non accetta alcun tipo di debolezza e vuole essere al centro dell’attenzione. Tende a preoccuparsi di non deludere mai le aspettative che gli altri ripongono in lui.

 

Bianco

cancro

Il bianco non tollera nessuna impurità, nessuna inclinazione, né ombra o nuance, pena il suo decadere nel grigio o nell’infinita gamma delle sfumature cromatiche. Nella sua perfezione è addirittura un’astrazione e, come scrisse Riedel, “nessun bianco puro è sulla terra”.

Nella teoria di Newton una superficie è bianca quando riflette contemporaneamente tutte le radiazioni cromatiche. In questa teoria trova la sua espressione scientifica l’antica e radicata convinzione che il bianco contenga tutti gli altri colori. Questa convinzione è presente già in Aristotele e nella filosofia cinese, e viene spesso illustrata con un banale esperimento di fisica dove un disco dipinto a segmenti con i colori dell’iride viene fatto girare velocemente tramutandosi così in bianco. Da qui, il concetto che il bianco corrisponde alla somma di tutti gli altri colori.

Quest’osservazione è utile per comprendere il significato simbolico più caratterizzante del bianco, quello cioè di colore assoluto, colore della totalità che porta con sé un sapore etereo, rarefatto, luminoso che lo rende intrinsecamente partecipe all’immagine del divino e alle figurazioni simboliche del trascendente.

Il bianco non è il colore di questo o di quell’aspetto del divino, è il colore del divino in sé: è immediato associare al bianco gli abiti sacerdotali (pensiamo al Papa), i luoghi sacri come i templi che spesso subivano un’imbiancatura rituale, alle vittime sacrificali offerte alle divinità bianche: a Roma, oltre al toro bianco delle feriae, si immolavano a Giove agnelli e capretti bianchi.

Il bianco è il colore del divino e del rapporto che l’uomo cerca con esso; è quindi il colore della trascendenza, dell’illuminazione religiosa, dell’esperienza estatica e della ricerca mistica. Questo profondo legame tra il colore, il divino e l’uomo rende il bianco un elemento propiziatorio e protettivo nei confronti degli influssi malefici (pensiamo alla magia bianca).

Ne Il Signore degli anelli, quando Gandalf il Mago Bianco si manifestò in tutta la sua potenza e pienezza della sua trasfigurazione, “la sua capigliatura era candida come la neve, e la sua veste bianca e splendente. (…) Curva, bianca, la vecchia figura brillava come se qualche strana luce vi covasse (…)”. Si tratta di una figura guida e protettrice, immagine della personalità rinata, di quel Sé psicologico che, come dice Jung, è un concetto trascendente “in quanto esprime la totalità dei contenuti consci e inconsci”. In questo senso il bianco, come colore totale, si presta a connotare immagini delle divinità assolute, di ogni dio universale e totale, di ogni “pan” nel senso di onnipresente e onnicomprensivo. Secondo Jung, il bianco è simbolo del Sé come “uomo totale”,  come individuo realizzato nella sua totalità.

Nella civiltà occidentale, ma non solo, il bianco è un colore associato a bontà, franchezza, affabilità: non per niente, santi, angeli, defunti e, in generale, le essenze spirituali sono figure bianche, così come lo sono i fantasmi. Il concetto espresso nei mandala, figure concentriche a struttura simmetrica, è “l’idea di un centro della personalità, una sorta di punto centrale all’interno dell’anima, al quale tutto sia correlato, dal quale tutto sia ordinato, e il quale sia al tempo stesso fonte di energia” (Jung). Quindi i mandala sono immagini simboliche della totalità ed è interessante notare come spesso il bianco occupi la posizione più emblematica in molti mandala: il centro, e questo lo rende punto unitario e unificatore della totalità.

In tutte le denominazioni e gli attributi del bianco nelle lingue occidentali vi è l’idea di chiarezza, di luce. In latino albus, in greco afós (da alba); in latino fulgor (da folgore) e candidus (dalla radice indoeuropea cand che esprime l’incandescenza del metallo in fusione o della fiamma), in greco arg (da argós, argento) e leucós (da lyke, luce).

L’identificazione tra bianco e luce è presente già in Aristotele ma sopravvive anche nelle teorie moderne del colore: per Newton il bianco puro è quello della luce bianca del sole, composta da altri tipi di luce, per Goethe il bianco è la materializzazione della trasparenza. Per questa sua caratteristica il bianco trova ampio uso in architettura (conferisce luce agli ambienti), nella cosmetica (serve a dare volume e luminosità al viso), nell’abbigliamento (una camicia bianca “schiarisce” il viso ringiovanendolo).

Per le sue caratteristiche è associato al Cancro, segno lunare per eccellenza. Potrebbe aiutare Vergine, Toro e Ariete ad ampliare la loro visione spirituale ed entrare con maggior disinvoltura nel proprio animo.

Chi ama il bianco tende al fatalismo, ma possiede grande creatività e immaginazione. Sente la necessità di vivere un continuo cambiamento ed è fortemente stimolato dalle novità. Ha grande fiducia negli altri e nel futuro ma, allo stesso tempo, può illudersi facilmente e dimostrarsi un po’ ingenuo.

Chi rifiuta il bianco ha poca fiducia negli altri e nel proprio destino, sente la necessità di agire sempre per avere tutto sotto controllo. Non ama bruschi cambiamenti ed è spesso fermo nelle sue idee e opinioni. Molto pragmatico e razionale, non lascia spazio all’immaginazione e coltiva poco la sensibilità umana.

A questo colore molti associano il settimo Chakra, il Sahasrara, il chakra in cui avviene l’illuminazione, in cui  lo stato ultimo di coscienza va al di là della ragione, al di là dei sensi e al di là dei limiti del mondo circostante. A questo chakra viene associato più spesso il colore viola.

Per saperne di più sul settimo chakra, leggete il mio articolo https://tarocchiacolori.com/?s=settimo+chakra

Per chiunque fosse interessato al Test dei Colori di Lüscher, può visitare il mio sito www.margheritamistica.com

Giallo

Il giallo appartiene alla costellazione archetipica della luce senza però identificarsi con essa, infatti ne costituisce un’ “attenuazione lievissima”, scrive Goethe. Il giallo, quindi, è strettamente legato al simbolismo della luce, pensiamo alla luce degli astri, del sole ma anche a quella metaforica della conoscenza e degli stati di illuminazione. Il giallo è simbolo di intuizione, intelligenza, comprensione, stesse caratteristiche che si trovano nel topazio, pietra di colore giallo.

L’aspetto fenomenologico più evidente della luce è l’irraggiamento: uscendo dalla sua sorgente, la luce si irradia in tutte le direzioni. Lüscher  puntualizza che al giallo appartiene  il carattere psichico di apertura, espansione e fuga; Kandinskji gli riconosce un movimento”di irraggiamento della forza all’intorno”. Insomma, il giallo non vuole essere limitato: è il colore dello sfogo, dell’espansione, dello sbocco, della liberazione, della fuga.

Il giallo esprime un’energia accumulata nel momento in cui si libera, si scarica e si sfoga. Corrisponde allo scoppio di una risata, all’orgasmo, alla soluzione di un caso in un film giallo (!) tutto giocato su un crescendo.

Nei suoi aspetti radianti, luminosi e aerei, il giallo è colore che sfugge e che respinge lo guardo, che non penetra e non viene assorbito, che non invita a entrare, che non inclina all’approfondimento. E’ un colore leggero in senso complesso, sia fisico che psichico.

Il giallo è il colore di superficie e superficialità, ha un “carattere frivolo, che si spreca dappertutto” scriveva Kandinskji. Lüscher, invece, ribadisce che questa superficialità investe le dimensioni emotive e percettive con il suo carattere aereo, leggero, frivolo, mutevole e volubile. Il vissuto emotivo rappresentato dal giallo è come la vista suscitata da un’edicola: lo sguardo si posa su centinaia di titoli, tra cui, i più efficaci, suscitano emozioni legate all’effimero di una notizia che si brucia nello spazio di un giorno; una molteplicità di stimoli cattura la curiosità per un attimo, desta l’interesse di un istante, solletica la ricerca del nuovo ma in forma poco approfondita – proprio come fa il giallo.

Questo suo carattere di superficialità si presta a svariati atteggiamenti che si reggono sui meccanismi psichici della fuga e dello scarso legame con la realtà.”Potrebbe fungere da rappresentazione cromatica della follia, di un accesso di furore, della cieca follia della frenesia” scriveva Kandinskji, alludendo a questi comportamenti in cui “il malato assale gli altri, disperde le sue energie fisiche in tutte le direzioni, le spreca disordinatamente e a piene mani finché non le ha esaurite totalmente”. Qui il pittore, con il termine follia, allude a forme di raptus psicotico in cui ravvisa la manifestazione esasperata e patologica del carattere di irraggiamento del giallo.

Sull’altro versante, in  quanto colore della luce, il giallo acquisisce un aspetto gioioso e vivace sottolineato da vari autori “possiede una qualità dolcemente stimolante” secondo Goethe; “ha un effetto di leggerezza, è splendente, stimolante e quindi riscaldante” per Lüscher; “mette lo spettatore in apprensione, lo eccita, lo stimola” secondo Kandinskji.

A differenza del blu e del verde, colori prevalentemente quieti e statici, e similmente al rosso, il giallo è un colore vivo, dinamico, attivo, eccitante. La stimolazione del giallo può accrescersi fino a diventare acuta, mettendo quasi a disagio lo spettatore, agendo sull’animo in modo sfacciato e molesto. Questo avviene soprattutto con i toni più chiari che, secondo Kandinskji, emettono un suono “di tromba acuta suonata sempre più forte”.

Il giallo, dunque, al pari del rosso, possiede energia, ma in forme diverse. Gli corrisponde una spinta impellente ed erompente che ne esalta il carattere eccitante e che contemporaneamente lo irradia in ogni direzione facendosi espansiva, dispersiva, frivola, proiettata in ogni direzione dello spazio e del futuro, indifferente rispetto all’obiettivo.

In quanto associato alla luce, il giallo esprime, psicologicamente, il potere illuminante della coscienza e traduce cromaticamente le esperienze di illuminazione. Nel più stereotipato gergo dei fumetti la comprensione improvvisa è raffigurata con una lampadina gialla che si accende in testa. Nel più sofisticato gergo psicoanalitico diremo che il giallo corrisponde all'”insight”, alla presa di coscienza chiarificatrice.

Il giallo però non è la luce, come abbiamo già detto. E’ luce attenuata che simbolizza, quindi, una coscienza relativa e cioè quella coscienza di cui è capace il nostro Io, cioè limitata e parziale, generica e incapace di mettere a fuoco aspetti concreti e specifici. Possiamo leggere in questa prospettiva simbolica la proprietà attribuita dalla magia al topazio: quella di rimediare i difetti di visione e di ridare una chiarezza limpida, più estesa, meno astratta.

E’ legittimo attendersi che il giallo compaia come attributo del divino a esprimerne le caratteristiche solari, il carattere luminoso e il potere di illuminazione. In Cina è il colore dell’imperatore, quindi interdetto a chiunque altro; nella Grecia antica era associato al dio Elios e ad Apollo; presso gli Atzechi il giallo colorava le rappresentazioni della divinità Huitzilopochtli che rappresentava il sole allo zenit; nell’iconografia cristiana raffigura Gesù Cristo, che è dipinto biondo (facendo violenza a ogni verosimiglianza etnica).

Per le sue caratteristiche è associato soprattutto al Leone, all’Ariete e, nelle tonalità pastello, ai Gemelli. Potrebbe essere utile ai segni fissi come Toro, Scorpione e Acquario per renderli più versatili,  al Capricorno per ammorbidirlo, al Cancro per rallegrarlo.

Chi ama il giallo è estroverso, gioioso e amante delle novità, ha una fantasia molto fervida e una grande immaginazione. Manifesta una vitalità a fasi alterne con picchi più o meno alti. Ha sempre tante idee ma non è costante. E’ ottimista, si aspetta sempre il meglio, ama rinnovarsi e guardare in alto. Ama essere ammirato e soffre la solitudine.

Chi non ama il giallo, si sente spesso deluso nelle sue aspettative e poco stimato. Ha poca stima di sé ed è spesso dubbioso nelle scelte.

A questo colore è associato il terzo Chakra, il Manipura, che si trova nella regione corrispondente al plesso solare e rappresenta la forza di volontà, l’efficienza e il carisma.

Per saperne di più sul terzo chakra, leggete il mio articolo https://tarocchiacolori.com/?s=terzo+chakra

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Nero

S. Giovanni scrisse: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Beh, noi potremmo – senza offesa – parafrasare questo incipit con: “In principio era il nero, il nero era presso Dio e il nero era Dio” poiché il principio di tutti i principi è avvolto nell’oscurità, nelle tenebre e, “che il nero sia tenebra non v’è alcun dubbio”, come disse Steiner.

Molte mitologie fanno nascere il cosmo dalle tenebre e questo, a livello psicologico, descrive in maniera allegorica l’emergere del conscio dal buio dell’inconscio. Nella Genesi è scritto che prima del “fiat lux”, “le tenebre erano sulla faccia dell’Abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”, quindi è evidente che, nel momento preciso dell’inizio, Dio non è assolutamente luce, anzi, la luce è la sua prima creazione.

Quindi nello spazio pre-creazione regna sovrano il buio e l’infinito. E il nero può essere correttamente descritto come l’infinito che dorme nella propria infinità. Lüscher lo descrive come il colore del nulla che corrisponde alla più assoluta negazione, Kandinskij, invece, lo descrive come “un nulla dopo lo spegnimento dei sensi”, “come un silenzio eterno senza futuro e speranza”. Nella sua negazione, però, risiede la massima potenza espressiva, il nero è un confine sul quale si dissolve ogni forma di vita colorata e da cui può prendere vita qualsiasi forma poiché il Nulla del nero contiene, in potenza, il Tutto. Infatti è nelle tenebre che poi si origina la luce, la forma, la vita.

Quindi il nero è il colore che caratterizza energie occulte  e non ma sempre smisurate, pensiamo anche solo al fatto che per secoli la civiltà industriale ha proseguito il suo corso usando il carbone e, adesso, il petrolio detto “oro nero”.

Nella dialettica conscio (bianco)-inconscio (nero), il nero è sempre il colore dell’ignoto, dello sconosciuto, del misterioso. Infatti le cerimonie di iniziazione venivano praticate di notte poiché, tramite l’iniziazione, il passaggio, la persona abbandonava la tenebra della non conoscenza per raggiungere un nuovo livello di consapevolezza. Di conseguenza il nero è il colore dell’ignoto, dell’ignoranza, del mistero e diventa colore del segreto, dell’occulto, del non-noto nell’accezione più ampia.

A un livello molto prosaico, anche l’occulto quotidiano di tenere segreto al fisco la contabilità si dice “in nero”. A livelli più metafisici, in tutti i tempi, uomini di ogni levatura hanno celebrato rituali che alludono alla ricerca di livelli superiori di conoscenza e che si ispirano a una più ampia manifestazione di coscienza, intuendo che, come scrisse Steiner, “nelle tenebre c’è il futuro che viene”. Come per la mitologia dal nero primordiale nasce la luce, così per la psicologia dall’inconscio del buio nasce la coscienza. In altre parole: il nero primordiale è la madre del colore e l’inconscio è la madre della coscienza.

Secondo Matisse, il nero “è una forza”: in effetti, coloro che lo usano sanno come impiegarlo per evidenziare e dare vigore a un’immagine. Ma la forza del nero va dosata con delicatezza: la sua potenza potrebbe oscurare il resto finendo per appiattirlo invece che vivacizzarlo. Il nero intensifica il significato dei colori che gli sono adiacenti, per esempio, secondo Lüscher, il rosso viene dinamizzato ed esasperato nella sua caratteristica di aggressività se affiancato al nero. E’ per questo che il binomio nero-rosso associato alle raffigurazioni del diavolo ne potenzia il significato energetico-pulsionale e ne rafforza l’aspetto diabolico. Per lo stesso motivo, in certi quadri di van Gogh, il nero conferisce agli altri colori una forza incontenibile e una potenza coattiva, facendosi anticipatore della devastazione psichica dell’artista.

Di conseguenza, il nero simbolizza il pericolo che la nostra coscienza possa essere risucchiata dall’inconscio e quindi rappresenta il rischio di venire posseduti da parte dell’Ombra. Il nero, infatti, spesso esprime l’angoscia davanti a scenari evolutivi insidiati da un pericolo, da una potenza che può sconvolgere e annientare il benessere personale, la maturazione psichica e la vita stessa.

Non possiamo trascurare, infatti, che l’Ombra, l’Es, il rimosso (tutti concetti psicologici che sono in relazione col simbolismo del nero) assumono connotazioni spesso tragiche per la distruttività, la violenza, l’intolleranza, la volontà di annientamento che emanano.

Entrando in connessione con gli aspetti esasperati e devastanti dell’Ombra, esprimendo le parti distruttive e pericolose della personalità, il nero diventa il colore stesso del male. Per esempio, nella tradizione ebraica il nero è il colore delle anime dei malvagi e, nell’inferno dantesco, il colore nero accomuna i peccatori (“l’anime più nere”) con i diavoli, che altro non sono se non angeli neri.

Il male che questo colore esprime è, quindi, anzitutto aggressività e distruttività. Con questo significato entra in un variegato corteo di figurazioni, prima tra tutte la magia nera che cerca di attivare forze occulte a scopo distruttivo. Ma anche locuzioni come “pecora nera” rimandano a tratti ostili e aggressivi. Nella mitologia greca, le figure nere più aggressive e distruttive sono le Furie. Per estensione, il nero acquisisce una coloritura malefica o, almeno, negativa. Per esempio, il 12 ottobre 1929, giorno del crollo della borsa di New York, fu soprannominato il “giovedì nero”. Altre locuzioni negative usate quotidianamente sono “giornata nera”, “essere di umore nero”, avere una “sfortuna nera”.

Per Lüscher “il nero è l’assoluto, l’inappellabile” e per queste caratteristiche diventa colore mortuario, funerario, lugubre. Naturalmente la morte esprime nel nero gli aspetti che sono sintonici con i suoi significati di annientamento, dissoluzione, fine e il suo carattere assoluto, definitivo. Di conseguenza il nero diventa colore della malinconia, della tristezza, della loro forma patologica, la depressione che, un tempo, era detta “melancolia” e cioè “bile nera”. Clinicamente sappiamo che chi soffre di depressione tende a scegliere il nero come colore principale, ama il buio, si sente in un “buco nero”, metafora tristemente felice perché in astronomia il buco nero è un fenomeno che inghiotte la luce, che dissolve le forme di esistenza, che non contiene né forme né colori. Il vissuto soggettivo della depressione si caratterizza in effetti nello spegnimento di ogni scintilla di vivacità e di interesse, per il dissolvimento dell’eros e della libido e il nero traduce cromaticamente quello che Jung definì “il tenebroso abisso della solitudine interiore”.

La morte, comunque, è un passaggio iniziatico e quindi, innegabilmente, il nero è un colore che ci avvolge: dalla nascita (l’inconscio) alla morte (l’iniziazione).

Per le sue caratteristiche è associato soprattutto a Capricorno, Scorpione, Sagittario, segni molto combattivi, ambiziosi, ribelli.

Chi ama il nero sente che il futuro non gli riserverà grandi soddisfazioni o sorprese e ritiene responsabile di questa mancanza di opportunità sia il mondo in cui vive sia la società. Da queste convinzioni, spesso inconsce, deriva un comportamento apparentemente rinunciatario che può sfociare in rabbiose ribellioni. Chi ama questo colore non vuole prendere ordini dagli altri, non vuole rinunciare a niente, vuole seguire solo la propria volontà. Nello stesso tempo può indicare una persona che si rifiuta di lottare, nega la realtà in cui vive e quindi diventa aggressivo e distruttivo a tutto tondo. Infatti il nero è il non-colore per eccellenza e può indicare chi non vuole prendere posizione perché non ha un nemico definito e, di conseguenza, si sente “contro tutti”. Nell’amore per il nero, però, c’è sempre tanto anticonformismo, voglia di provocazione e desiderio di sedurre fisicamente gli altri. Chi ama questo colore ha sempre una grande voglia di stupire gli altri.

Chi non ama il nero, è coraggioso, vuole andare fino in fondo alle cose, trovare soluzioni, battersi, affrontare le sfide senza demoralizzarsi davanti agli ostacoli. Pretende dagli altri molto più di quello che può/vuole fare per loro.

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Blu

Il blu è il colore degli spazi infiniti del cielo e del mare, degli orizzonti irraggiungibili, delle profondità insondabili.

Si colloca al polo opposto rispetto al rosso. Ha un effetto fisiologico sedativo, rallenta le funzioni vegetative come il ritmo cardiaco, il ritmo respiratorio e la pressione sanguigna. E’ il colore della calma, dell’appagamento, della quiete; ha una forza centripeta (opposta a quella centrifuga del rosso), indica staticità, stabilità (è il colore dell’ ONU che lo usa come simbolo di pace e fratellanza), introversione e introspezione.

Il blu, a differenza del rosso che si staglia chiaramente a contatto con il nero, fa fatica a differenziarsi dal nero: non stupisce, quindi, che nell’antichità sia durata a lungo una certa ambiguità terminologica relativa al blu/nero/scuro. Solo dopo l’anno Mille il blu entra progressivamente nel codice cromatico occidentale fino a quando, nel XIII secolo, riuscirà a distinguersi nettamente dal nero e dai colori scuri in generale e ad assumere la sua vera e unica personalità. Da quel momento il blu diventerà il colore caratterizzante del mondo occidentale (circa il 50% della popolazione occidentale preferisce questo colore rispetto a qualsiasi altro).

Ma il blu prende e mantiene i significati di profondità, oscurità, quiete e morte che sono propri del nero, nonostante la sua differenziazione. Secondo Goethe, “è il nero che si schiarisce” ciò che dà vita al blu. Lo scrittore lo collega con l’ombra, l’oscurità, la freddezza, il distacco.

La società industrializzata è una comunità monocromatica o bicromatica che si basa su luce e oscurità (bianco e nero), caldo e freddo (rosso e blu). Nel modo corrente di intendere i colori, le gradazioni tendenti al rosso sono definite “calde” e quelle al blu “fredde” ma non è corretto. Solo alcune sfumature di blu sono fredde e, precisamente, quelle che virano al verde. Quindi definire “freddo” il blu è impreciso e l’interpretazione di Goethe è cromaticamente errata.

Infatti, se ci pensiamo, il blu equivale certamente alla quiete ma non semplicisticamente al freddo: la tranquillità non è per forza distaccata e gelida. Può essere benissimo profonda, costruttiva, nostalgica, misteriosa e accogliente – tutte qualità invitanti del blu.

Kandinskij affermava che “quanto più il blu è profondo, tanto più fortemente richiama l’uomo verso l’infinito, suscitando in lui la nostalgia della purezza e del sovrasensibile”: insomma, il blu esprime la dimensione elevata e immateriale ben rappresentata nella dialettica Dio e Uomo, Cielo e Terra, Anima e Corpo in cui, al primo termine, spetta sempre il colore blu. Ma la connessione con un essere superiore, una divinità, è molto antica: il valore uranico del blu è da sempre stato utilizzato per rappresentare cromaticamente l’unione di una figura con il cielo.

La stretta connessione tra blu e cielo partecipa questo colore all’idea di forze e di poteri ultraterreni, per esempio in India il blu era ritenuto protettivo contro la peste, in certe aree dell’Estremo Oriente si ritiene che il blu protegga dal malocchio, gli Egizi usavano amuleti con pietre blu (lapislazzuli) o dipinti di blu per rappresentare l’occhio di Osiride, lo scarabeo celeste, l’orbita solare e altri simboli sacri che servivano a rafforzare, amplificare o modificare la loro funzione magica.

Il carattere di permanenza e di eternità del blu lo collega a un altro suo significato: la fedeltà. Infatti il blu è il colore per eccellenza dell’amicizia, della dolcezza, della lealtà.

In breve, essendo il colore della calma, della tranquillità, dell’introspezione e della lealtà è anche il colore della sapienza, della meditazione, del femminile affettuoso (pensiamo al manto della Madonna), del regno del cuore: il blu possiede un’importante tonalità emotiva molto lontana da freddezza e assenza.

Per le sue qualità è associato soprattutto ai Pesci e al Cancro. Potrebbe far bene a tutti coloro che tendono a essere troppo ansiosi o agitati o nervosi come, per esempio, i segni di Fuoco e i Gemelli. Mentre potrebbe far risplendere, usando tonalità accese e vibranti, il lato creativo e affettuoso di Bilancia, Acquario, Capricorno e Scorpione. Il blu ha moltissime sfumature, acciaio, di Persia, elettrico, marino, cobalto: ognuno può trovare la sfumatura più adatta.

Chi ama questo colore è una persona che prova sentimenti profondi, generosa, tranquilla, spinta all’azione dal forte desiderio di trovare il proprio equilibrio interiore. Un idealista che però ha bisogno delle tradizioni per costruire la propria stabilità. Non ama gli ambienti troppo caotici, il rumore assordante e le persone iraconde.

Chi non ama questo colore generalmente è ansioso e non si sente particolarmente apprezzato. Tende alla depressione se il suo ambiente, le sue amicizie, il suo contesto non rispondono all’idea che ha di sé.

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Viola

L’alchimia conosce due vie: quella della mano destra (attiva, estroversiva, maschile, violenta) e quella della mano sinistra (passiva, introversiva, femminile, intuitiva). Nel linguaggio dei colori potremmo associare la mano destra al colore rosso, la sinistra al colore blu. Entrambe mirano alla ricomposizione dell’unità, cioè all’integrazione degli opposti in una dimensione di totalità e integrazione.

Quindi la simbologia alchemica, in questo caso, esprime l’essenza del percorso trasmutativo che ogni uomo compie, realizzandolo per gradi diversi di riuscita e  livelli diversi di consapevolezza. In altre parole, mira alla sintesi delle proprie ambivalenze e antitesi cercando di comporle in un’unità completa e integrata che faccia di lui un individuo intero, finito, perfetto.

Lüscher, psicoterapeuta, sociologo e filosofo svizzero, inventore del famoso “Test dei colori di Lüscher” scrive che il rosso trova il suo appagamento nel blu e viceversa. La via rossa vuole raggiungere l’identificazione tramite la lotta e la conquista; la via blu attraverso la dedizione. Entrambe vogliono l’identificazione e l’unità.

Questa premessa è fondamentale per poter cogliere il significato simbolico del colore viola che trova il suo senso primario proprio in questo suo nascere come colore che stempera altri colori, che diluisce voracità e dilatazione, passione e intelligenza.

Il viola non è un colore presente in natura, per poterci tuffare nel viola dobbiamo avere la fortuna di osservare il cielo in determinati momenti e passaggi; in natura il viola è il contrario del verde, che è infinitamente rappresentato. Nella realtà esoterica possiamo speculare molto se nella realtà oggettiva il viola esista in quantità maggiori di quelle che sappiamo percepire o se la sua assenza nel nostro mondo esperienziale sia dovuta alla sincronicità o se appartenga a mondi futuri di manifestazione della vita. Di certo il viola è un colore di sintesi degli opposti e questa sintesi altro non è che l’evoluzione psichica in cui noi siamo manifestamente e dichiaratamente carenti.

Il viola è il colore più usato nei movimenti di genere: ricordiamo che negli anni Settanta ci fu la rivoluzione femminista e il viola divenne un colore diffuso, nella moda, nel design, nella cultura perché simbolo di un tentativo di integrazione tra due archetipi, il maschile e il femminile, e di riabilitazione del diverso e dell’alternativo, avendo anche il potere di ridestare il fascino del magico e dell’occulto.

Per Lüscher il viola è il colore della transizione: oltrepassa il confine del proprio regno fidato per entrare in un altro territorio, inaffidabile e carico di mistero. Quindi il viola significa metamorfosi, sconfinamento in un altro mondo, dove vigono valori spirituali differenti.

Essendo archetipo di ciò che, trasformandosi, si fa diverso, il viola colora in maniera caratteristica i mondi della diversità: non solo sessuale (femminismo ma anche androginia e omosessualità) ma anche dell’occultismo e dell’esoterismo (in alcuni mazzi di Tarocchi l’Appeso e la Ruota sono immersi nel viola per caratterizzare la loro infinita capacità di mutamento), del magico e del fantastico, del desiderio e dell’incantesimo.

Il viola è un colore trasversale, associato soprattutto ai segni d’Acqua, che sono i più percettivi e osmotici con l’ambiente (Cancro e Scorpione) e i più mistici e visionari (Pesci) ma anche al Sagittario, nel suo essere filosofico e viaggiatore (quindi attratto dal “diverso”). Potrebbe far bene a tutti coloro che tendono a essere un po’ troppo razionali e calcolatori come, per esempio, i segni di Terra. Il viola ha moltissime sfumature, ametista, glicine, pervinca, melanzana, violetta: ognuno può trovare la sfumatura più adatta.

Chi ama il  viola, tende ad identificarsi con il prossimo, agisce spinto dal desiderio di essere compreso, preferisce usare modi gentili, è apprensivo, impacciato e trova difficile tenere sotto controllo il suo lato emotivo. Ama l’arte, è creativo, preferisce vivere sensazioni forti e ama il contatto diretto con le persone e con l’ambiente che lo circonda.

Chi non ama questo colore tende a essere diffidente e ipercritico e usa la razionalità come unica e sola arma per proteggersi da qualsiasi stato emozionale.

Spesso attori e compagnie teatrali rifuggono da questo colore perché, nel Medioevo, durante la Quaresima, erano vietati spettacoli e rappresentazioni teatrali e quindi era un periodo di grande disagio economico per gli attori. Inoltre il viola è un colore associato alla penitenza e alla sofferenza: è il colore liturgico usato nel giorno dei morti e durante la Quaresima.

A questo colore è associato il settimo Chakra, il Sahasrara, il più importante di tutti. In questo chakra, detto “della corona”, stabiliamo i rapporti con il divino poiché rappresenta il continuo fluire della nostra coscienza e il raggiungimento di una piena consapevolezza interiore ed esteriore. Per saperne di più sul settimo chakra, leggete il mio articolo https://tarocchiacolori.com/2016/10/15/il-settimo-chakra-lilluminazione/

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