Il Pesci e i suoi simboli

onirico, dissoluzione, creazione

Si sta esaurendo la fase invernale, si sciolgono le nevi residue, l’atmosfera si fa meno fredda. Le piogge abbondanti irrorano la terra trascinando via tutto ciò che è arido, statico, inerte. Vengono messi a nudo gli strati di terra più profondi, il vento sferza e strappa le scorze atrofizzate dei rami e, piano piano, spuntano le prime gemme e qualche piccolo stelo.

Con i Pesci entriamo nella fase di dissolvimento e rinascita dove la sostanza torna all’essenza. Lo stato solido si disintegra per tornare al caos primitivo; inizia un nuovo ciclo vitale: misterioso, organico, indeterminato e impreciso.

Il geroglifico dei Pesci è formato dalla stilizzazione di due pesci legati tra loro ma posti in direzione opposta. Da questa unione-opposizione nascono i concetti di moto, energia attiva e perennità. Il pesce di sinistra, che va dall’alto verso il basso, simbolizza il movimento di involuzione dello spirito nella materia; il pesce di destra che va dal basso verso l’alto simbolizza il movimento di evoluzione dalla materia spiritualizzata che torna al suo principio unico. Il legame tra i due pesci simbolici, stabilisce la fissità del movimento rotatorio. I colori associati al segno sono quelli dell’acqua, blu-verde, colori che appartengono anche al governatore del segno, Nettuno.

Il pesce, da sempre, è un simbolo religioso. La religione vi ha visto un’entità acquatica molto prolifica quindi un simbolo di vita e di fecondità che è stato traslato sul piano spirituale come simbolo del rinnovamento e della rinascita perenne già dalle religioni primitive. Quindi non ha affatto quel significato sacrificale e penitenziale che la gente spesso pensa. Basta pensare che, nella simbologia cristiana, il pesce non rappresenta tanto il Gesù crocifisso e morente che induce a condanna e colpa, ma il Cristo salvatore, il redentore, il Pescatore di anime, appunto, che resuscita e redime restituendo a tutti la luce e la speranza.

La caratteristica principale del segno è quella dell’annullamento tra piani differenti, scioglimento dei legami col mondo terreno, concreto, sensibile per raggiungere, attraverso il caos primigenio, l’integrazione dell’umano col divino cioè la ri-naturalizzazione dell’uomo che, nell’accettazione della propria totalità, si sottrae alla tirannia alienante delle richieste esterne che lo vogliono razionalizzare entro i confini della civilizzazione. Per questo i Pesci aprono la via verso la riunificazione totale con il cosmo: è il trionfo animico dell’uomo naturale.

Con il passaggio nei Pesci, dopo aver raggiunto la coscienza individuale nel Capricorno e quella comunitaria nell’Acquario, l’uomo vedrà ciò che non deve essere visto e non vedrà più ciò che ha sempre veduto: è in questa fase in cui la coscienza si immerge nell’inconscio per ritrovare l’unità nella sua essenza. Nei Pesci si sperimenta la frantumazione del razionale, dei canoni culturali e dell’obiettività per riconoscere i misteri dell’anima e dell’essenza divina.

Un mito che riflette il segno dei Pesci è quello della divinità siriaca Atargatis, che i Greci chiamavano Derceto. Quest’ultima, essendo rimasta incinta suo malgrado, dopo aver abbandonato la sua bimba (che diventerà la famosa regina Semiramide), cercò la morte in mare, gettandosi da una rupe; tuttavia Nettuno la trasformò per metà in un pesce, creando  la prima donna sirena. Derceto porterà sempre sulla palle un marchio: quello di non essere né carne né pesce, non più terrestre e umanizzata ma neanche acquatica e pesce.

Il mito simbolizza il comportamento nevrotico dei Pesci in cui l’urto con il reale non viene sostenuto, per cui si preferisce la regressione o il cedimento alla parte più oscura di sé. Derceto rinuncia alla genitalità per obbedire al proprio Super-Io, e il mare la riceve come un grembo o l’abbraccio di una madre distruttiva che accoglie sinistramente la propria figlia nel suo ritorno all’origine che, però, nel mito, altro non è che simbolo di morte. Ovviamente questa rappresentazione mitica è l’espressione più drammatica della condizione dell’uomo, preso tra la rete del reale e l’oscura, risolutiva assoluzione nell’annientamento inconscio.

Questo mito fa prendere coscienza dei confini superiori e inferiori in cui spazia l’anima. Infatti, nel nativo, possiamo vedere sia un individuo inadatto alla vita, sia un individuo in comunione con la vita perché è in questo segno che l’essere è più psichicamente permeabile.

Un altro mito associato al segno è quello di Venere e Amore, perseguitati da Tifone, dio mostruoso metà uomo e metà bestia, legato alle forze vulcaniche e padre dei venti. Per sottrarsi alle sue ire, si gettano nel mare ma Nettuno, vedendoli in difficoltà, manda due splendidi delfini che li portano in salvo. Come ricompensa i due delfini vengono posti tra le stelle, a formare la costellazione dei Pesci. E’ quindi da un gesto d’amore che si genera questo segno zodiacale, infatti Venere e Amore esprimono bellezza, armonia, amore in opposizione a bruttezza, malvagità e violenza di Tifone.

In entrambi i miti dobbiamo notare un particolare: la fuga del protagonista dalla consapevolezza, dall’integrante, per regredire alla protezione dell’originario rapporto primario (Derceto e il salto nel mare-grembo come evitamento della responsabilità adulta) che la difenda dalla realtà sgradevole e insopportabile. Sprofondare nel mare significa precipitare nel gorgo inconscio di una reidentificazione con il materno più profondo. La fuga di Venere, invece, rappresenta la fede nel proprio inconscio e nella divinità (il salto nel mare per sfuggire a un istinto umano e incontrare l’aiuto divino).

Il continuo dissolversi della problematica umana nella dimensione inconscia o nel tema divino, costella il senso ultimo dei Pesci di un carattere di ineluttabilità. La natura del nativo è passionale ed emotiva, caratterizzata da una plasticità psichica e da una reattività nervosa assai ampia. Il nativo tende a voler ampliare i campi dell’Io, a uscire dai propri limiti e spesso si identifica con le proprie immagini interne o con le visioni cosmiche che emergono dalla sua profondità inconscia.

Lo psichismo dei Pesci è tra i più delicati dello zodiaco: l’inflazione emotiva è frequente, per cui la sua obiettività può essere spesso fallace. Il nativo non riconosce alcuna frontiera materiale o psicologica; percepisce il dominio dell’infinito, dell’imprecisato, di tutto ciò che è indeterminato; il mare è il suo simbolo misterioso e Jung insegna che il mare – l’acqua dei Pesci – è il simbolo dell’inconscio perché, sotto brillanti riflessi di superficie, racchiude insospettabili profondità. E’ il luogo più indicato per il sorgere di visioni, cioè per l’irruzione dei contenuti inconsci: i Pesci superano l’ultimo ostacolo per conoscere l'”oltre di sé”.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità dei Pesci è riconducibile al tipo schizotimico (schizo=divido, thymos=stato d’animo) e cioè a una tonalità psichica caratterizzata da atteggiamento verso la vita distaccato, quasi che la realtà sia il sogno e viceversa, reazione ad ogni stimolo e amante del rischio perché attratto da traguardi lontani, introversione con visione del tutto soggettiva del mondo, complesso di fuga o di sublimazione che può portare a patologie nervose o a grandi creazioni, massiccia tendenza riparativa a colpe mai commesse.

Il nativo dei Pesci è multisfaccettato, si può incontrare quello che vive chiuso nel suo mondo di magia e illusione, quello nevrotico, quello irresoluto, l’evasivo, il sognatore, il tossicodipendente ma anche quello che incarna la grande nostalgia dell’Assoluto, che segue una vita superiore, creativa, intellettuale, tutta permeata da tensione morale e spirituale, comprese persone dal forte intuito e da capacità extrasensoriali, il mistico, il veggente. La linea di demarcazione tra i vari tipi è sottile, sfumata, mai netta.

Il segno dei Pesci rappresenta il temine dell’umana evoluzione e porta in sé, implicita, tutta la strada percorsa dall’Ariete in poi. Come nella natura il ciclo vegetale sta per lasciare il buio inverno, così nella natura umana si sta per superare lo stadio ultimo della condizione immanente e circoscritta per accedere all’universo della perfezione divina, attraverso il superamento e il distacco dalle passioni e gli orizzonti limitati.

 

 

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L’Acquario e i suoi simboli

estroversione, sociale

Siamo nella seconda fase dell’inverno, nella terra filtrano piogge nutritive, il processo vitale si elabora nel segreto di fenomeni chimici interni e i semi assorbono i nutrienti fondamentali per una nuova germinazione.

L’Acquario segna l’iniziazione della persona allo stadio superiore attraverso la valutazione e la coscienza delle affinità elettive. La coscienza individualista del Leone, suo segno opposto, si espande nella coscienza di gruppo dell’Acquario. In questo segno l’individuale diventa universale. Entriamo nell’umanità abbandonando il singolo isolato e separato, perdiamo la nostra identità personale nell’espansione del bene comune mantenendo però intatta la nostra autocoscienza.

Il geroglifico dell’Acquario è dato dal grafismo che riprende l’immagine dell’acqua che, nello specifico, si sdoppia, una inferiore l’altra superiore. Nel segno abbiamo l’elemento Aria, di cui fa parte, e il simbolo dell’acqua che lo simbolizza: entrambi elementi fluidi che indicano il primo l’espansione del soggetto nel collettivo, il secondo la dissoluzione dell’egocentrismo. L’Acquario è “colui che porta acqua” ed indica il “noi”. L’immagine dell’uomo che versa l’acqua indica l’alchimia dell’essere umano, dove materia e spirito si fondono dissolvendosi insieme. I colori associati al segno sono l’argento e l’azzurro acqua, entrambi associati al suo pianeta governatore Urano.

Nell’Acquario si concludono tutti i cicli della vita umana che riguardano la soggettività e la singolarità; l’Io abbandona la dimensione ristretta del proprio egoismo e individualismo per aprirsi a una visione intersoggettiva, di dilatazione.

Ci sono vari miti che tratteggiano sapientemente il segno dell’Acquario, vediamone due.

La leggenda di Deucalione narra che Giove, infuriato per l’empietà degli uomini, decide di mandare sulla terra un diluvio universale. Deucalione, su consiglio di suo padre, costruisce una barchetta, vi fa salire la moglie e scampa al diluvio che sommerge e uccide tutta l’umanità. Approdano così in una spiaggia del Parnaso dove chiedono consiglio all’oracolo. L’oracolo dice loro di scagliare da un monte dei sassi (ossia “le ossa della grande genitrice”) poiché da queste si genereranno nuove persone, maschi e femmine e il mondo sarà ripopolato. In questo modo gli uomini nascono da un’unica matrice e quindi sono tutti fratelli: l’individualità di Deucalione e sua moglie si dissolve nella coralità dei discendenti non più cattivi ma redenti dal nuovo spirito comunitario. L’Acquario, in questa leggenda, rappresenta il riscatto dalla cecità immanente per una nuova visione trascendente. Inoltre, nel gettare dietro di sé i sassi, l’Acquario getta la parte femminile, la madre, per diventare parte maschile, fertile e fertilizzante, procreatrice di nuovi uomini e donne pronti a riconoscersi nella solidarietà voluta dal padre Giove.

Un altro mito è quello di Vulcano, dio del fuoco terrestre e distruttore, nato brutto e deforme da un tradimento di Era, attuato per vendicarsi di tutte le scappatelle del marito Giove. La madre, vedendolo così brutto, lo allontanò dall’Olimpo emarginandolo dagli altri dei. Vulcano venne amorevolmente raccolto dalle Ninfe oceaniche che lo curarono nascondendolo nell’isola di Lemno dove venne amato da tutti gli uomini che lo accudirono nonostante le sue evidenti deformità. Divenuto adulto Vulcano si mostrò abile fabbro, capace di creare invenzioni meccaniche spettacolari. Attraverso questi “effetti speciali” riuscì a farsi sposare da Afrodite che però non era affatto contenta di essere sposa di un uomo brutto, zoppo e deforme. Vulcano, venendo a sapere da Elio che tutto vede, che Afrodite ha una storia con Marte, dio della guerra, si arrabbia e organizza una trappola per sorprenderli insieme. Durante uno dei loro dei numerosi amplessi, i due vennero sorpresi, davanti a tutti gli dei maschi, rimanendo intrappolati in una rete magica da lui costruita.

In questo mito vediamo una delle caratteristiche maggiori del segno: il dono dell’inventiva, il talento per tutto ciò che è originale, creato con mezzi meccanici (e, ai tempi d’oggi, tecnologici). Ma in questa capacità vi è anche una contraddizione profonda: la perfezione tecnica di Vulcano è utile per farsi beffe degli dei e affermare il proprio egocentrismo. E’ il trionfo dello sfruttamento razionale disarmonico dell’energia creativa a danno della comprensione istintiva. Assicura, come artefice, la vittoria terrestre del fuoco ma rompe l’armonia degli elementi (anima ciò che è inerte e rende inerte ciò che vorrebbe essere animato).

Il mito indica nell’Acquario la potenza dell’ingegno umano nel cercare possibili soluzioni per uscire dalla condizione di isolamento terrestre e pragmatico e implica il primo tentativo dell’uomo di rinunciare all’individualità per stabilire un dialogo con gli altri. Così come Vulcano riesce a superare il proprio tornaconto personale, così l’Acquario rappresenta il superamento dell’Io per realizzarsi in Noi. E’ il simbolo del generoso Deucalione che, superati tanti ostacoli, fa nascere uomini nuovi e nuovi rapporti umani affinché la terra attraversi un’epoca impregnata da un nuovo senso comunitario, così che la terra appartenga al Noi e non più all’Io.

A livello psicologico, l’Acquario avvia il processo di ampliamento del campo di coscienza attraverso un’energia di forte tonalità mistica. Il mondo reale pragmatico viene sostituito, nel nativo, dalla realtà psichica e dal mondo intelligibile: restituire cioè alla vita sociale e politica un contenuto di valori umani anziché di espressioni prettamente razionali, economico-ideologiche.

In questo modo vediamo come nell’Acquario si condensino i traguardi escatologici dell’uomo: il trapasso è dall’umano razionale al misticismo, dall’esterno all’interno, dalla luce dell’intelligenza alla notte dell’anima, per poi ritornare alla luce assoluta dell’uomo in sé. Il rischio, dovuto all’abbandono delle certezze, è quello di cadere in una spinta irrazionale che può sfociare in rigidità difensiva.

Il nativo Acquario, psicologicamente parlando, è molto vivace e complesso: emotivo, attivo, estroverso; tende ad allontanarsi dall’istinto per avvicinarsi allo spirito, è un idealista che si assume compiti nobili; è alieno dal concreto ma non evita le responsabilità pratiche. E’ generalmente un altruista, spesso dotato di un vero senso umanitario. Ha una sensibilità oblativa ma, più di ogni altro segno, può correre il rischio di un’identificazione e proiezione patologica dato che i suoi modelli sono principalmente esterni. Infatti l’Acquario vede e sente se stesso solo attraverso gli altri e, se questo non avviene, il nativo può tendere alla paranoia o all’eccentricità megalomaniacale.

Ovviamente le caratteristiche non si fermano qui. Tra i nativi possiamo incontrare il tipo avventuroso, il tipo saggio, il ribelle eccentrico, ma in tutti l’idealismo rimane un valore molto importante.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità dell’Acquario è riconducibile al tipo schizotimico (schizo=divido, thymos=stato d’animo) e cioè a una tonalità psichica che oscilla dalla sensibilità alla ipersensibilità, dalla vivacità esagerata alla costanza, dalla instabilità all’ostinazione, un’energia psichica notevole caratterizzata da attenzione ai dettagli e fedeltà al compito, un’attività mentale orientata alla riflessione, all’immaginazione, ai sogni, alle idee, all’astratto, spiccata tendenza alle forme pure, all’arte e alle scienze, tenace, perseverante, ostinato, desideroso di star solo o con poche determinate persone, intransigente, difficilmente conforme, ironico, sarcastico, mordace, fanatico per le proprie idee, un comportamento in genere prudente, riflessivo, riservato, a volte freddo.

Il Capricorno e i suoi simboli

fatalità, fatica, responsabilità, lotta

Dopo il Sagittario, l’individuo corre verso un destino che lo porta fuori di sé, oltre se stesso. L’inizio dell’inverno, che ci porta al Capricorno, segna l’unione della notte più lunga con il giorno più breve, quindi tutto è pervaso da una profonda oscurità delle notti che si fanno sempre più fredde, il sole diurno è pallido e scompare presto per lasciare spazio alla creazione della luce interiore.

Tutto è immobile, arido, spoglio, privo di energia. La neve ricopre tutto, gli animali cercano rifugio, il silenzio si fa assordante. Anche gli uomini amano stare più a lungo nel caldo della casa, protetti dal freddo e dall’ambiente che si fa man mano sempre più ostile. Il Capricorno domina così la fase più drammatica e complessa del ciclo vitale.

Ma se riflettiamo, vediamo che sotto questa apparente immobilità, fatta di aridità e morte, negli strati più profondi della terra c’è l’humus inseminato, lo strato di terreno che si prepara alla nuova fertilità: è qui che la nuova vita prepara i germogli, lontano da sguardi diretti. Ed ecco che troviamo la prima caratteristica del segno: una vita nascosta, lenta e tenace, difesa da uno strato di freddezza.

Il Capricorno segna la fine del ciclo preparatorio delle energie vitali che finalmente passano dalla forma alla sostanza. Il suo geroglifico è molto complesso ed è volutamente indecifrabile, non è mai stato disegnato in modo esatto e a volte viene contrassegnato come “Firma di Dio”. Il Capricorno, comunque lo si disegni, è una figura teriomorfa ossia dalla forma animale: un corpo da capra e una coda di pesce. Due animali che indicano la fusione tra terra e acqua: l’inconscio-spirito nel pesce e il conscio-materia nella capra.

La simbologia del Capricorno ruota attorno all’immagine del Capro o Caprone da cui deriva il nome del canto dei satiri fatto durante le feste di Bacco in cui si sacrificavano animali in onore del dio (Canto del Capro). Il capro, quindi, è un animale dedicato all’orgiastico mondo dionisiaco e non va dimenticato che, nell’atto del sacrificio, l’animale diventa un tutt’uno con il dio in un processo di identificazione e di tributo, espresso con la sofferenza, che riscatta colui che offre e il dio che riceve. Il sacrificio corrisponde al Capro così come il sacrificale e il penitenziale corrispondono al Capricorno: è dentro queste coordinate che si gioca il destino umano del segno sia a livello teleologico che ontologico.

Il mito, però, che maggiormente riflette il segno del Capricorno, è quello del dio Pan, dio pastore, delle selve e dei pascoli, mezzo uomo e mezzo caprone. Pan è un dio potente e selvaggio, raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, il volto barbuto e l’espressione terribile. Vaga per i boschi, spesso per inseguire le ninfe, mentre suona e danza. È molto agile, rapido nella corsa ed imbattibile nel salto. E’ un dio dalle forti connotazioni sessuali, spesso raffigurato con un grande fallo. In epoca recente è stato individuato come dio della sessualità non procreativa poiché aveva grande difficoltà ad accoppiarsi visto il suo aspetto orrendo.

L’evento per cui il dio viene ricordato è la Titanomachia, dove gli dei dell’Olimpo si mutano in animali, per combattere contro Tifone che voleva vendicarsi della morte dei figli, i Giganti. Tutti gli dei scelgono un animale mentre Pan, essendo già metà capra, decide di mutare solo la propria coda, trasformandola nella coda di un pesce e nascondersi a metà in un fiume. Pan ebbe un ruolo importantissimo nella guerra: dopo che Tifone aveva imprigionato Giove, recidendogli i tendini e donandoli alla sorella Delfine, il cui corpo finiva con una coda di serpente, Pan emise un urlo fortissimo che spaventò il mostro e, con l’aiuto di Mercurio, riconsegnò i tendini a Giove che poi sconfisse Tifone.

In questa simbologia del Capro e di Pan, vediamo caratteristiche importanti del segno: quella principale è il senso tragico del sacrificale, cioè morire sacrificato per il bene comune (da qui il simbolo del capro espiatorio) che è il significato maggiore del segno ma anche la tenacia, l’audacia, la fiducia nelle proprie facoltà, ben esplicitate nel mito di Pan.

Secondo la tradizione cristiana, Cristo nasce sotto il segno del Capricorno e la sua vita, fatta di solitudine, sofferenza, fedeltà, umiltà e passione è anch’essa simbolo di questo segno: in Cristo l’agire si fonde col patire, l’espiazione si unisce al sacrificio. Non per niente nel segno del Capricorno si respira un’aura di fatalismo che ben si esplica nel mito di Saturno, suo governatore.

Saturno si vendica del padre Urano, dio del cielo che, geloso dei propri figli, li nasconde nelle caverne senza permettere loro di uscire. Sua moglie, Gea, rattristata di avere il grembo pieno di figli morti, avvisa i figli dell’abitudine del padre e, tra tutti, solo Saturno decide di vendicarsi. Una notte, quando Urano sta per accoppiarsi con Gea, lo ferisce recidendogli il sesso. Da questo, che cade nel mare, nasce Afrodite. Saturno, invece, assume lo stesso ruolo del padre Urano, diventando dio del tempo. Passato un certo periodo, un oracolo predice a Saturno la stessa sorte del padre. Infatti Saturno, sposato con Rea, diventa irrequieto e rabbioso e decide di mangiarsi tutti i figli per evitare loro di vendicarsi. Saputa l’intenzione del marito, Rea, che sta per partorire Giove, gli dà una pietra che Saturno, ingordo e accecato dalla rabbia, inghiotte. Alla fine, Giove riesce a obbligare il padre a restituire tutti i figli divorati e a prendere coscienza della propria sconfitta, portandolo sull’Isola dei Beati dove il Saturno si trasforma in filantropo.

La lezione psicologica di questo mito è tutta nel senso di destino fatale che si ripete di padre in figlio: vita, morte, risurrezione s’intrecciano con l’amore e con l’odio. La sete di potere, l’egoismo e la vendetta si intrecciano con la dedizione, l’altruismo, l’espiazione.

I tratti simbolici del Capricorno sono evidenti: l’esasperato egocentrismo e la freddezza (Urano/Saturno assetato di potere che non vuole i figli come rivali), un amore violento e la dedizione totale al proprio ideale (Saturno che, per amore della madre Gea, si trasforma in parricida), l’espiazione e la catarsi interiore (Saturno sull’Isola dei Beati dove diventa un dio buono, dedito agli uomini e alla prosperità dell’umanità). Soltanto nell’espiazione e nella solitudine, Urano-Saturno ritrova il senso del proprio destino e qui ritroviamo anche la bipolarità della capra-pesce e di Pan.

Citando Hillman, Urano-Saturno-Capricorno è l’immagine archetipica del Vecchio saggio solitario e del Vecchio Re usurpatore, è il padre di tutto che tutto consuma.

Il Capricorno porta con sé l’immagine della vecchiaia che ritroviamo ovunque: nel senso della vita molto intenso perché condizionato dalla consapevolezza della morte; nell’egoismo intriso di estrema crudeltà o pietà; nell’attaccamento alla vita e quindi la proiezione vitalistica sul futuro; nel forte timore e nella forte insicurezza per la propria vita per cui è sempre intensa la sensazione di nostalgia e di suggestione regressiva.

Tradizionalmente, il nativo Capricorno è descritto come freddo, distaccato, misurato. Questa freddezza, però, altro non è che una difesa che gli evita di esplicitare l’intensa passione che lo domina. Nel Capricorno c’è l’archetipo del figlio reietto, tenuto lontano e respinto ed è per questo che è portato a soffrire un perenne senso di solitudine interiore e il timore angoscioso dell’abbandono e dell’esclusione. Il nativo è un introverso generalmente poco emotivo, è molto ambizioso e capace di superare ostacoli fisici ma anche morali. E’ capace di grande generosità e non richiede riconoscenza alcuna; la sua natura è permeata da una costante angoscia dell’incomunicabilità e dall’autoisolamento  affettivo: una visione quasi autistica dell’amore e dell’unione con il proprio compagno.

Lo spirito del Capricorno è limpido, il suo costume è sobrio. Dualistico, spesso ambivalente nell’affettività, può essere addirittura ostile alle dolcezze dell’amore per quanto ne abbia un bisogno enorme così come è arido e chiuso quando ha deciso per l’autopunizione, la rinuncia o l’atteggiamento sadico. Il Capricorno sa che è stato gettato nel mondo per seguire la fatalità di un proprio destino, conosce sin da piccolo tutti i rischi della solitudine e della nevrosi.

Nel Capricorno, Marte si trova in esaltazione e aggiunge, a tutta questa freddezza e ascetismo, una nota di sensualità, di desideri brucianti e coinvolgenti. Se il Capricorno, quindi, è un ardente affettivo-erotico sotto le spoglie di un freddo egoista, avendo una natura schiva che tende facilmente al distacco, teme la privazione e la perdita, e cerca di evitarla tramite il possesso egocentrico o svalutando ciò che possiede.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità del Capricorno è riconducibile al tipo ciclotimico (cyclo=circolo, thymos=stato d’animo) melanconico e cioè a una tonalità psichica che oscilla dall’eccitazione alla depressione, dall’allegria alla tristezza, dalla rapidità alla lentezza, caratterizzata dalla tendenza a focalizzare l’attenzione più sull’insieme che sui dettagli, una veduta profonda delle situazioni, senso pratico, prudenza, da un’energia psichica con risposta lenta agli stimoli, un’intelligenza riflessiva-pratica, audace nelle concezioni, capace di passioni intense che esprime con  singolare creatività.

Il Sagittario e i suoi simboli

avventura e spiritualità

Nella natura tutto è ormai morto, i rami sono spogli, gli steli inariditi. Tutto è avvolto da silenzio, terra e vegetazione si preparano alla difesa dai rigori invernali e dal freddo. Nell’aria si percepisce l’immagine di un qualcosa di presente che va preservato affinché possa giungere intatto oltre una prova.

Ciò che è stato accumulato e trasformato nello Scorpione, nel Sagittario viene proiettato verso un fine: congiungere il presente al futuro. Nella natura umana, dopo il travaglio nelle acque stagnanti e paludose, l’essere abbandona ogni resistenza conscia e accede al karma evolutivo sul piano metafisico, oltre la materia.

In questo segno l’energia si lancia verso l’alto, segnando il passaggio dalla percezione mediata dai sensi o dalla ragione, alla percezione immediata dei principi e dei loro rapporti: la coscienza individuale accede al piano delle cause. Così l’uomo inizia il suo cammino verso la trascendenza dei Pesci, sua suprema meta.

Il segno del Sagittario è rappresentato dalla figura mitica del Centauro, in cui la parte inferiore è equina e quella superiore è umana, che tiene un arco teso con la freccia innestata e puntata verso l’alto. Il geroglifico è la freccia, simbolo significativo del segno, che dal mondo inferiore-inconscio punta verso il mondo superiore-conscio. In altre parole, il Sagittario significa sintesi armonica tra animale e umano, unità la cui meta è l’Essere conscio. Non per niente il Sagittario è associato al viaggio, il suo fuoco è un fuoco interiore, simbolo dello spirito che estingue lo spirito materiale per arrivare alla trascendenza. I colori associati al Sagittario sono il porpora e l’arancione, entrambi a base rossa, tonalità che richiama il suo pianeta governatore Giove.

Il mito che rappresenta meglio il Sagittario è proprio quello dei centauri, la cui storia è complessa e si fonde tra mitologia greca e romana fino a essere rappresentata nell’araldica medievale.

In mitologia greca, la figura del centauro ha origine dall’amore sacrilego fra Issione, re dei Lapiti, e una sosia della dea Era, chiamata Nefele. Dalla loro unione nacque, appunto, Centauro, un essere deforme che si accoppiò con le giumente, originando così una razza ibrida, metà uomini e metà cavalli. I centauri sono da sempre caratterizzati come esseri irascibili, violenti, selvaggi e brutali, incapaci di reggere il vino. Caricavano i nemici emettendo urla spaventose, armati di clava o arco. La loro particolarità era di possedere tutti i pregi e tutti i difetti del genere umano, portati però a livelli estremi, tanto che nella mitologia sono stati riservati loro ruoli contrastanti: dalla saggezza (Chirone) alla crudeltà (Nesso). La più famosa leggenda che coinvolge i centauri è quella della loro battaglia contro i Lapiti, la cosiddetta Centauromachia. I centauri erano stati invitati ai festeggiamenti del matrimonio del re ma, non essendo abituati al vino, si ubriacarono, e cercarono di violentare non solo la moglie Ippodoma (“colei che doma i cavalli”) ma anche le altre donne e persino i bambini. Naturalmente scoppiò una battaglia in cui, alla fine, i centauri furono sconfitti e scacciati.

In tempi medievali il Centauro fece comparsa nei bestiari e divenne simbolo degli eretici e della loro dissociazione interiore che li faceva considerare metà cristiani e metà pagani. Nei bestiari, l’eretico-centauro  è spesso rappresentato con i capelli in fiamme, armato di freccia e arco. La preda è una colomba o un cervo, entrambe figurazioni simboliche dell’anima, spesso raffigurate mentre vengono trascinate via dopo la cattura. Dante, invece, pone i centauri nell’Inferno come custodi/giustizieri dei violenti contro il prossimo, in rapporto diretto con il carattere aggressivo avuto in vita.

Un Centauro che merita di essere citato è Chirone, simbolo del centauro saggio, giudizioso, filantropo, moderato. Figlio di Filira (cioè “tiglio”, pianta dai poteri calmanti) e del titano Crono che la sedusse sotto forma di cavallo. Ciò spiega la sua immortalità ed il fatto che avesse l’aspetto di un centauro. Considerato il più saggio e benevolo dei centauri, esperto nelle arti, nelle scienze ed in medicina, ebbe per allievi numerosi eroi tra cui Achille, Enea, Teseo. Chirone era anche medico e ciò indica, nel segno, l’aspetto terapeutico dell’anima guarita dalle passioni terrene.

Da queste rappresentazioni vediamo spiccare alcune caratteristiche tipiche del Sagittario: l’irrazionalità dell’uomo (che si esplicita nell’uso smodato di vino che fa scoccare la violenza), la protervia e l’ostinata resistenza alla voce divina, per cui il nativo viene ricacciato nella disperazione distruttiva che lo allontana dal suo nucleo interiore rendendolo preda di energie istintuali sconsiderate. Ma d’altra parte vediamo anche il tipo gioviale in cui prevale la coscienza, il dominio dei sensi perché l’uomo si interroga sui problemi della vita e della morte.

Alla parte animale (Nesso) si congiunge la parte umana (Chirone); la sintesi è rappresentata dalla freccia cioè dal vettore che corre verso la meta: soltanto nell’equilibrio delle braccia e nella stabilità dello sguardo il Sagittario si realizza.

In questo segno vediamo la dualità in cui l’Io può tentare di superare la propria finitezza per accedere al trans-individuale. Essendo la dinamica tesa all’unificazione, la soggettività viene superata: l’Io vuole espandersi nel mondo circostante e conoscere, superando le frontiere del conscio e del finito, qualcosa che sia superiore all’uomo stesso. L’elevazione è la risposta alla tensione.

Il nativo Sagittario punta interiormente a raggiungere valori e traguardi più individuali e significativi. Per questo motivo tenta di stare lontano dalla passione e dalle tensioni aggressive; il più delle volte la mitezza e la generosità di Chirone vincono sulla barbarie e la confusione di  Nesso. Il nativo vorrebbe evadere dalla dimensione “di consuetudine”: razza, patria, stato, famiglia e dilatarsi nel mondo come idea incarnata.

Per questo motivo, nel segno, c’è la vibrazione sincronica con il Tutto, ossia un tentativo di risoluzione non nella spaccatura e nella radicalizzazione, ma la prova del superamento. Infatti, i centauri sono assunti nell’Olimpo ma dopo aver superato delle prove sulla terra: senza l’esperienza, anche violenta, anche tragica, dell’immanenza non è possibile raggiungere la trascendenza.

Il nativo Sagittario è duplice: un tipo è avventuroso, irrequieto, amante del movimento, concreto e ottimista, l’altro, al contrario, è più attratto dalla vita interiore e da esperienze spirituali, teso a realizzare l’ideale. In entrambi i casi, il nativo è un leader naturale, dotato di calore umano, autentico, capace di attrarre a sé gli altri.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità della Bilancia è riconducibile ad entrambi i tipi: schizotimico e ciclotimico, entrambi caratterizzati da una tonalità psichica che balza dalla vivacità esagerata alla costanza, dalla instabilità all’ostinazione, un’attenzione mentale diffusa su varie cose per volta, una psicosensorialità di grado elevato e rivolta all’esterno, una preferenza per i lavori più difficili e fedeltà al compito, una notevole capacità di apprendimento con predominanza della sintesi sull’analisi, un’attività mentale orientata alla vita pratica, alla realtà, alla natura, all’obiettività, al concreto, una spiccata tendenza alle forme empiriche, agli oggetti palpabili, al positivo, alle scienze pratiche, infedeltà recidiva ai propositi, un’affettività multilaterale ma di superficie con scarsa tendenza alle grandi passioni, in genere ottimista. Quello che cambia tra i due tipi lo fa l’indole: ci sono nativi più riflessivi, introversi, che ricercano lo spirituale e altri, direi la maggioranza, più pratici, concreti, poco sognatori e, solitamente, estroversi.

Lo Scorpione e i suoi simboli

coraggioso, ostinato, ribelle, eros e thanatos

Siamo nel pieno dell’autunno, dominano colori spenti, le sere si incupiscono velocemente, i giorni sono sempre più corti: comincia il tempo dello Scorpione.

La natura ha iniziato il suo viaggio nella dissoluzione di tutte le forme: muoiono foglie e radici, il terreno diventa umido, cominciano le prime piogge fredde, sale la prima nebbia. Il ciclo della natura si fa misterioso, sconcertante, si entra nella morte che prepara alla rinascita.

Nello Scorpione non si dissolve solo la sostanza vegetale ma anche l’individualità dell’uomo in modo che le energie evolutive possano operare una nuova azione coordinatrice che prepara la nascita dell’uomo nel mondo intellegibile, l’aldilà.

In questo tempo si celebra la morte e la rinuncia, avviene la santificazione come superamento dell’immanenza, il tema sacrificale si impone in tutta la sua ampiezza come transito necessario del karma: tutto deve morire per essere superato, deve dissolversi per trasformarsi in qualcosa di completamente nuovo.

Dall’Ariete che irradia energia bruta al Toro che la espande in vitalità, ai Gemelli che la ordinano, al Cancro che la gestisce per crearne forme viventi, al Leone che la individualizza, alla Vergine che la trasforma in intelletto, alla Bilancia che la espande in armonia collettiva, ora si arriva allo Scorpione che ne prepara il salto qualitativo nel regno del sovrasensibile.

In astrologia, lo Scorpione viene definito “il cimitero dello zodiaco” e il suo simbolo è una M con una gamba puntuta rivolta verso l’alto. Le prime due aste raffigurano le chele dello scorpione, l’ultima simbolizza la coda velenosa. Il colori associati al segno sono il nero e il rosso, associati ai suoi governatori Plutone e Marte.

Tutta questa simbologia che rimanda a vita-morte-resurrezione è efficacemente raffigurata nell’immagine dello scorpione, animale molto temuto da tutti, la cui vista genera spavento o repulsione; un animale tra i più antichi della terra, sempre uguale a se stesso, da tempo immemore, una bestia che sfugge la luce, aggressiva, che si esprime con l’attacco improvviso alla preda o in una difesa violenta e distruttiva.

E’ l’unico animale che davanti al pericolo estremo sia capace di procurarsi spontaneamente la morte pungendosi col proprio pungiglione.

Il mito che rappresenta meglio questo segno è il mito di Orione. Secondo quanto narra la mitologia romana, Orione nasce dall’urina di Giove, Mercurio e Nettuno che, per ricompensare un contadino che aveva offerto loro un toro in sacrificio nonostante versasse in povertà, generano per lui un figlio. I tre dei urinano nella pelle del toro e la seppelliscono, ordinando al contadino di dissotterrarla dopo nove mesi. Il contadino, passato il tempo, disseppellisce la pelle e vi trova un bambino a cui dà nome di Urion (da “urina”, cambiato poi in Orion / Orione, come ci dice Ovidio nei Fasti :”perdidit antiquum littera prima sonum”).

Crescendo diventa un uomo bellissimo e un grande cacciatore, con un carattere inquieto, nervoso e instabile. Si narra che tentò di violentare persino la dea Diana, con cui condivideva le battute di caccia e che, dopo una vita passata in scorribande e assassinii, Gea, la Terra, gli mandò in contro uno scorpione che lo punse uccidendolo.

Un’altra versione narra che fu Apollo che lo fece uccidere da sua sorella Diana ingannandola. In ogni caso, Giove lo fa salire al cielo, insieme al suo cane fedele Sirio, e lo fa risplendere tra le varie costellazioni.

In questo mito, vediamo subito delle caratteristiche tipiche del segno: lo sprezzo della morte, l’aggressività, la violenza, l’arroganza e lo spirito di vendetta.

A livello psicologico, il primo tratto emergente è l’istintività imperiosa, una spinta aggressiva sempre fuori norma, condita con ostinazione e violenza. Tratti tipici di un segno che subisce tutta l’angoscia esistenziale del sentirsi vivere e agire senza potersi accettare o collocare responsabilmente nella realtà, quasi che la sua vita sia espressione di una potenza a lui estranea.

Il nativo Scorpione non riesce con facilità a riconoscere chiaramente la propria realtà conscia e neppure gli è facile ascendere alla dimensione nascosta del proprio intimo invisibile: sia esso l’inconscio, il Non-Io, o l’occulto, il religioso, il patologico. Per afferrare il senso del proprio destino, deve affrontare e meditare il tema della morte come polo opposto e complementare della nascita. Questo lo si vede chiaramente nell’incontro tra Scorpione e Toro, suo polo opposto e complementare. Nello Scorpione calano le tenebre e comincia il regno dei morti, nel Toro sorge il sole primaverile e la vita biologica comincia un nuovo ciclo. Dal Toro generatore si passa allo Scorpione che, attraverso la putrefazione della materia, non genera esseri ma trasformazione.

Secondo Jung, lo Scorpione apre l’itinerario dall’umano verso il divino ma durante questo percorso, dove Eros si fonde con Thanatos, l’uomo incontra paludi, inferni, ombre. Proprio questo vivere la dualità porta il nativo ad avere una paura istintiva della dissoluzione della propria personalità che si traduce, a volte, in paura di essere o sentirsi liberi, paura di “morire” per non morire veramente.

Questa inibizione di fondo può risultare dalla sospensione in cui il nativo si trova tra la consapevolezza razionale e la spinta cieca verso l’ignoto. Quindi da un lato trattenere, sentire, possedere ciò che è tangibile, dall’altro percepire ciò che è ineluttabile, doversi separare da ciò che si possiede. Di conseguenza il nativo sviluppa un individualismo prepotente che si esprime in una ribellione intima a qualsiasi disciplina. L’autoaffermazione è preponderante e include sempre una nota narcisistica: nel nativo avviene un duello mortale tra negazione e affermazione, cinismo e astrazione, misticismo esaltato e realismo brutale. Tutte le forme vitali gli paiono ostili e d’istinto tende a insorgere contro tutte le armonie.

Il mito di Orione traduce bene la scelta inconscia compiuta dallo Scorpione: il non volersi sottomettere ad alcun amore, perseverando nel rifiuto e nella violenza. Infatti il problema principale del segno zodiacale è rinunciare alla concezione falsa di un ideale troppo virile e ritrovare nella propria anima il proprio femminile. La tentazione dello Scorpione è la distruzione gratuita, la gioia del distruggere che vediamo evidente in artisti come Picasso, Sartre, Dostoevskij.

Con i suoi mezzi personali lo Scorpione è incapace di staccarsi dal freddo raziocinio ma se riesce ad abbandonarsi all’intuito e trova il coraggio di dissolvere ciò che lo tiene legato al piano materiale e sensibile, allora riesce a produrre la rigenerazione definitiva: attraverso la distruzione dell’Io si compie la trasmutazione del Sé e il raggiungimento di nuove facoltà.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità dello Scorpione è riconducibile al tipo schizotimico (schizo=divido, thymos=stato d’animo) e cioè a una tonalità psichica che oscilla dalla sensibilità all’ipersensibilità, dalla vivacità esagerata alla costanza, dall’instabilità all’ostinazione, caratterizzata da un’energia psichica notevole e dalla preferenza per i lavori più difficili, da una psicosensorialità di grado elevato e rivolta di preferenza alla sensibilità interna, una preferenza per i colori scuri, a tinta uniforme, grande forza di volontà, tenace, perseverante, fedeltà estrema ai propositi, continuità nell’azione, affettività unilaterale e tirannica concentrata su un numero ristretto di persone, tendenza alle grandi passioni, in genere pessimista.

 

 

La Bilancia e i suoi simboli

equilibrio, armonia, senso estetico

Con la Bilancia si supera il primo emiciclo dei segni e si passa al secondo. Questo ha come stagione significativa l’autunno, dove i giorni e le notti si equilibrano ma lentamente la notte sopravanza dando vita a una stagione di riposo per la natura e di introversione per l’uomo.

Siamo nel pieno del ciclo involutivo ed è nella Bilancia che è situato il punto mediano che segna il passaggio da estroversione-espansione a introversione-contrazione. Non per niente, la Bilancia è dotata di due piatti che indicano due pesi diversi. In uno sta la notte e la forza spirituale, nell’altro il giorno e l’immanenza.

Il suo simbolo è formato da due elementi che si equilibrano a vicenda: questo simbolo realizza l’unione delle forze, delle persone; unisce le anime, i cuori, i sentimenti e la conoscenza. Il geroglifico della Bilancia è composto da due linee orizzontali dove la prima si deforma formando un piccolo semicerchio. In certe rappresentazioni la Bilancia è raffigurata come un uomo che tiene in una mano la bilancia e nell’altra una scala di misure. Il colore associato alla Bilancia è il verde, associato a Venere, suo governatore.

In questo segno l’uomo integra il proprio Io con il Tu, scoprendo le leggi sociali, cittadine, matrimoniali, legali in genere. In questo segno l’uomo va oltre le barriere del concreto e del fisico e intraprende un cammino che poi sfocerà nella dimensione trascendente dei Pesci.

Nei Gemelli, come abbiamo visto, l’Io si contrappone al Non-Io, qua , invece, l’Io cerca il proprio complemento nel Tu, nell’Altro, ed è soltanto nella conoscenza del Tu che la Bilancia realizza pienamente se stessa.

Il mito che rappresenta meglio la Bilancia è quello di Amore e Psiche, nota storia di Apuleio, perché in esso c’è la ricerca del Tu ideale, che non può però essere reale immagine di sé ma deve avere una propria forza evolutiva.

Psiche è una splendida fanciulla che non riesce a trovare marito perché schiava del perfezionismo, è così bella che tutti i popoli cominciano a chiamarla Venere. La divinità, saputa l’esistenza di Psiche e gelosa per il nome rubato, invia suo figlio (Amore) perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto e avaro della terra e sia coperta di vergogna a causa di questa relazione, ma il dio sbaglia mira e la freccia d’amore colpisce invece il suo piede ed egli si innamora perdutamente di Psiche. I due, per non farsi scoprire da Venere, decidono di vivere nel palazzo di Amore nel buio più completo. Tuttavia Psiche desidera vedere in viso il proprio amante e, disubbidendo agli ordini di lui, accende la sua lanterna ad olio e così facendo brucia il viso di Amore che, arrabbiato e offeso, si allontana da lei abbandonandola. Da qua in poi inizia lo sconsolato viaggio di Psiche che cerca l’amante per ogni dove, desolata e disperata. Tenta di suicidarsi buttandosi da una torre ma una voce le suggerisce il cammino da fare, salvandola: dovrà discendere agli Inferi e cercare l’otre dei profumi di Proserpina. Dopo varie peripezie ci riesce ma, anche questa volta, le mancano la prudenza e la misura: apre il cofano dell’otre e i profumi sfuggono e la stordiscono in un sonno profondo e mortale. Solo in questo momento Amore si intenerisce, la salva riportandola sull’Olimpo dove, finalmente, i due si sposano.

Da questo mito capiamo che la conoscenza del Tu non può avvenire in modo razionale (vedere il volto) ma attraverso l’intimità, l’abbandono amoroso ed emotivo. La perfezione della conoscenza non si realizza sfuggendo al concreto per seguire l’astrazione, ma penetrando a fondo nella realtà fisica e terrestre, senza dimenticare la spiritualità.

Il concetto costante della misura  e della giustizia si riflette anche nella presenza di Venere, governatore del segno in cui si trova anche Saturno, in esaltazione. In altre parole, l’amore e la giustizia, il calore del sentimento e il rigore della ragione si fondono per evitare il disordine. Nella Bilancia, infatti, si ha l’equilibrio perfetto tra anima e forma: nessuna delle due deve prevalere. Per questo motivo, nel segno, si sperimenta il dualismo assoluto. Di conseguenza, il nativo è sempre orientato a tenersi in equilibrio e fuori dalle difficoltà attraverso il compromesso.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità della Bilancia è riconducibile ad entrambi i tipi: schizotimico e ciclotimico. In entrambi l’esperienza si realizza sempre sotto la spinta dell’emozione e del sentimento senza (grandi) riflessioni di ordine razionale. La ricerca dell’equilibrio avviene grazie alla delimitazione saturnina dell’Io a vantaggio del Tu. Nel primo tipo vediamo forte l’influenza di Venere che dà voce a un Bilancia dalle qualità erotico-affettive molto intense: amore del benessere, gusto del lusso, dei piaceri: un edonista a volte superficiale. Nel secondo tipo, invece, il nativo è  più altruista, ha uno stile di vita parco e frugale, è creativo e tende a ricreare l’armonia nei vari contesti esistenziali.

Più in generale, il nativo Bilancia è molto socievole e, a livello affettivo, mostra apertamente e in modo caloroso i propri sentimenti. Ha paura delle offese che possono derivare dall’esterno per cui, spesso, si ritrae, ferito o depresso. La delusione è un tratto caratteristico dell’introversione del segno. Secondo Jung, nella Bilancia ricorrono spesso proiezione e ritrazione, caratteristiche tipiche della tendenza inibitoria-saturnina della Bilancia.

 

La Vergine e i suoi simboli

intelligenza, fedeltà, analisi

Dopo il solleone di Ferragosto, l’estate comincia a scemare e la natura comincia un nuovo ciclo, vengono raccolti i semi, le foglie cadono bruciate dalla siccità, arrivano le prime brezze settembrine. Dalla sostanza quindi si passa all’essenza.

La Vergine, sesto segno dello zodiaco, conclude il primo ciclo evolutivo segnando la fase di transizione dall’individuazione e dalla coscienza dell’Io-Non Io alla fase della coscienza intuitiva dell’unità cosmica. In altre parole, l’energia eccessiva del Leone rischia di esaurirsi nella sterilità della lotta, quindi l’uomo finisce per constatare l’insufficienza dei suoi metodi di ricerca e scopre, nella Vergine, la scienza e l’intellettualismo.

Il simbolo della Vergine è la stilizzazione di una donna, in piedi, nell’atto di compiere un passo, con una spiga nella mano sinistra e un tralcio vegetale nella mano destra. Le mani formano un movimento (alto-basso) che indica la continuità del ciclo vegetale. Il suo geroglifico è una M tracciata in una grafia gotica in cui dall’ultima “gamba” parte un tratto in diagonale che volge indietro verso il basso: è la stilizzazione dell’immagine della donna.

La M, come lettera, ha molti significati: alcuni la fanno risalire alla lettera runica “madr” che corrisponde alla lettera M del latino, e significa trascendenza, conoscenza superiore.Quindi stiamo parlando di evoluzione spirituale e intellettuale verso la potenzialità universale. Dopotutto, il segno della Vergine, rimanda spesso all’immagine della Vergine per eccellenza, la Madonna. In questa simbologia vediamo anche che il segno assume l’archetipo della Madre e del matriarcato. I colori associati a questo segno sono i colori della Terra come giallo ocra, verde, marrone.

Come nel Leone nasce l’individualità con la prima coscienza dell’Io autonomo nella libertà, così nella Vergine la coscienza si amplia e si affina: si arricchisce il livello razionale e si ridimensiona quello istintivo. Per questo la Vergine è il segno della logica e della razionalità, caratteristiche rafforzate dal suo pianeta governatore Mercurio. Nella Vergine l’uomo si libera dalla schiavitù della materia per innalzarsi al potere dell’intelletto.

La figura mitica più vicina a questo segno è Cerere (dal greco Demetra, “Madre Terra”), dea della terra, del grano, delle piante e della fertilità. Un giorno, Plutone, dio degli inferi, si innamora di sua figlia Proserpina, dea della primavera, e la rapisce con una carrozza trainata da cavalli neri. Cerere la cerca dappertutto ma ovunque vada non le torna indietro altro che il suo stesso eco. E man mano che prosegue a cercare si perde, raggiungendo terre che, col suo passaggio diventano sterili perché Cerere, non accettando che la figlia si sia distaccata da lei, diventa sterile. Volendo mantenere a tutti i costi il cordone che la lega a Proserpina, tradisce il rapporto con la natura e così, il suo calore verginale diventa sterilità distruttiva, e non più forza conservatrice.

Alla fine,  Mercurio, messaggero degli dei, ritrova Proserpina ma si scontra con il rifiuto di lei a lasciare il mondo nuovo offertole da Plutone. Per arrivare a una soluzione si interpreta Giove che prende una decisione saggia: Proserpina vivrà l’inverno negli Inferi, e la primavera sull’Olimpo, insieme alla madre.

In questo mito viene espressa la fusione dell’istintuale con il razionale e il senso vero della Vergine: la visione soggettiva e individuale dell’esistenza si conclude, per aprirsi ad una più vasta valutazione del mondo.

La psicologia del nativo è piuttosto complessa ed è necessario demistificare la svalutazione di questo segno a livello astrologico, a torto ritenuto debole, sfortunato o negativo e che, invece, reca in sé svariate sfaccettature e ambivalenze. La struttura più diffusa è basata sulla caratteristica mercuriale che dà vita a un soggetto nervoso, per cui la sfera mentale e psichica prevale su quella istintuale. Spesso c’è una predisposizione all’inquietudine profonda che determina un continuo oscillare ansioso degli stati di benessere/malessere. La mente è selettiva, fatto che sottende una natura raffinata, spesso occultata dal diniego.

Cerere disperata è simbolizzata nel segno attraverso una tendenza al pessimismo e, a volte, al catastrofico ossessivo. Ma nel segno non c’è solo questo. L’altra parte del mito racconta che Cerere, disperata, raggiunge gli Eleusi, e diventa la levatrice di un bambino, Trittolemo, che poi renderà immortale, a cui insegnerà il modo di coltivare il grano, comandandogli di andare nel mondo a insegnarlo agli uomini. Ecco, è qui che si vede l’altra faccia della Vergine: il senso materno, il suo lato creativo, fertile, fecondo, principio essenziale di vita che si oppone alla Cerere pessimista e nevrotica.

Secondo Freud, nella Vergine, più che il complesso edipico (ben presente nel Cancro), è evidente il complesso dell’analità trattenuta che porta il nativo a essere facilmente troppo economo, puntiglioso, controllato, molto scrupoloso o addirittura maniacale. Nel tipo più evoluto di Vergine, questo complesso viene superato, e allora si ha il tipo intellettuale raffinato. Nel tipo meno evoluto, al contrario,  l’oscuro complesso inconscio costringe l’individuo nei labirinti  dei condizionamenti razionalizzanti che delimitano l’esistenza  nella mediocrità coatta.

Se il nativo riesce a evitare il perfezionismo, equilibrando lo psichico con l’istintuale allora si realizza in una dimensione sovrarazionale, armoniosa e altamente creativa.

Secondo Kretschmer, studioso degni anni Venti, la personalità della Vergine è riconducibile al tipo schizotimico (schizo=divido, thymos=stato d’animo) e cioè a una tonalità psichica caratterizzata da un’energia mentale notevole in cui la fatica appare d’improvviso, una preferenza per i lavori più difficili e fedeltà al compito, una psicosensorialità di grado elevato e rivolta principalmente alla sensibilità interna, una percezione orientata più alle forme che ai colori, una capacità di apprendimento notevole in cui predomina l’analisi sulla sintesi, fedeltà estrema ai propositi, continuità nell’azione.